Lo striscione affisso sul ponte ferroviario di via Simonelli, a Minturno, relativo a Mario Roggero, il gioielliere della provincia di Cuneo che ha ucciso due rapinatori e ferito un terzo e condannato a 14 anni e 9 mesi, continua a tenere viva l’attenzione. Il Partito Democratico di Minturno, dopo aver chiesto ed ottenuto la rimozione dello striscione, è intervenuto nel dibattito sviluppatosi in questi giorni riaffermando con convinzione i principi dello Stato di diritto e della convivenza democratica.
«Comprendiamo – si legge in un comunicato stampa – il dramma umano di chi subisce una rapina, la paura, il senso di impotenza e la richiesta di maggiore sicurezza. Sono sentimenti autentici, che nessuno può ignorare o liquidare con superficialità. Proprio per questo la sicurezza deve tornare al centro dell’agenda politica. È un diritto fondamentale dei cittadini e una responsabilità primaria dello Stato. Ma proprio perché è un tema così importante, non può essere affrontato inseguendo slogan o alimentando una cultura della giustizia fai da te. Servono istituzioni autorevoli, forze dell’ordine messe nelle condizioni di operare con efficacia, una giustizia rapida e certa, investimenti nella prevenzione e politiche capaci di contrastare realmente la criminalità. È così che si costruisce una società più sicura, non delegando ai singoli il compito di sostituirsi allo Stato.»
Per il Partito Democratico di Minturno, la vicenda Roggero impone una riflessione che va oltre il singolo caso giudiziario. «La magistratura ha esaminato i fatti attraverso tutti i gradi di giudizio previsti dal nostro ordinamento e la sentenza definitiva rappresenta l’esito del percorso stabilito dalla Costituzione. Le decisioni dei giudici possono essere discusse e criticate, ma non possono diventare il pretesto per trasformare una tragedia in un simbolo politico o per alimentare l’idea che la giustizia possa coincidere con la vendetta. Quando si eleva a modello chi uccide, anche se le vittime si sono rese responsabili di reati gravissimi, si trasmette un messaggio culturalmente pericoloso: che la forza possa sostituire il diritto, che la violenza possa diventare una risposta legittima e che ciascuno possa decidere autonomamente dove finisca la legittima difesa e dove inizi la punizione. È una deriva che non possiamo condividere.»