L’isola della retromarcia, il sigillo di un fallimento

L’idea di riaprire al traffico il centro pedonalizzato rappresenta la certificazione dell’incapacità dell’amministrazione comunale

Era uno dei punti qualificanti del programma elettorale del sindaco, e all’indomani della sua elezione Matilde Celentano aveva mantenuto la parola: “L’isola pedonale s’ha da fare”. E così è stato, benché una serie di interferenze esterne abbiano influenzato negativamente lo standard dell’intervento di arredo degli spazi e lasciando alla sciatteria che ci contraddistingue la possibilità di prendersi la scena. Dal sogno dell’asfalto colorato all’azzardo dell’asfalto nero pece, è andata a finire nella maniera più ordinaria, con l’asfalto dalla tonalità che corrisponde al grigiore di un centro che non riesce ad essere bello, frequentabile, godibile, attuale.

Eppure l’idea circolava, qualche disegno c’era, in linea con la visione che immaginava un centro diverso, più grande nella sua dimensione pedonale, coerente con la volontà di trasformare il cuore della città, capovolgendo le prospettive e gli assetti, in superficie le persone e sotto, nascoste ma vicine, le automobili; portando il centro verso l’università e non il contrario, come si è provato a fare con l’ex Banca d’Italia e il Garage Ruspi regalati a La Sapienza per il timore di non essere in grado di gestirli come si deve.

Bisognava osare e avere il coraggio di attrezzare il primo scampolo dell’isola alla maniera di quella visione, un piccolo esempio da mostrare alla città, per poter dire “Si comincia da qui”. E prendere la strada maestra della rivoluzione degli spazi, della ricerca degli itinerari che avrebbero potuto condurre Latina verso il futuro, lasciandsi alle spalle il capitolo epico ma chiuso della fondazione. Un capitolo sfregiato da bambino a partire dalla fine degli anni ’60 da una classe dirigente che aveva assunto il controllo della politica, dell’amministrazione e degli affari che hanno stravolto l’impianto edilizio e urbanistico della città di allora, arrivando perfino a sacrificare qualche pezzo importante del tesoro razionalista di fondazione.

Ma quando si dice “cominciamo”, si assume l’impegno a continuare, un impegno che evidentemente, insieme a troppi altri, questa amministrazione non è in grado di onorare. Non perché sia un’amministrazione di incapaci, anzi, ma perché è un’amministrazione schiava della politica, lì sì, una politica diretta da incapaci e che pretende di sostituirsi ai tecnici, agli studiosi, ai sognatori, alla competenza. Una politica insicura e indecisa che si fa strattonare una volta dai commercianti e l’altra dagli amici, e che non riesce a capire che un’isola pedonale non è un accordo tra negozianti e automobilisti, ma il progetto di una città diversa, un’idea di trasformazione radicale accompagnata dalla voglia e dalla necessità di uscire dal passato per mettere il naso fuori dalla tana della paura per cominciare ad affrontare la realtà che cambia a ritmi vertiginosi, per andare verso il mondo e verso la vita.

Niente di tutto questo sembra appartenere a Latina, la città delle acque dove le fontane non funzionano; la città del razionalismo dove le prospettive sono brutalmente interrotte da file di cassonetti inguardabili e maleodoranti; la città marinara senza un approdo, nemmeno di legno; la città della bonifica che non riesce ad avere ragione delle erbacce e dei rifiuti che infestano anche il centro; la città capoluogo che dovrebbe trascinare sulla propria scia tutti i comuni del territorio provinciale, ma che non è nemmeno in grado di badare a se stessa. Tornare indietro adesso sull’idea dell’isola pedonale equivale a certificare il fallimento di questa amministrazione, ad alzare le braccia in segno di resa per dire “Non siamo capaci, non ce la possiamo fare”. Forse è la soluzione giusta, ma vale anche qui il principio di base: una volta che si comincia si finisce il lavoro. Della serie, se non si ha il coraggio di osare, se la resa è davvero l’unica via d’uscita, si va a casa. Subito. Almeno quello, il coraggio di agitare una bandiera bianca, bisognerebbe averlo. Per salvare i civili, i cittadini, dalle umiliazioni sofferte negli ultimi trentacinque anni in questa città ormai disallineata dalla propria storia e dal proprio carattere.

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Alessandro Panigutti
Alessandro Panigutti
Giornalista di lungo corso, è nato a Latina nel 1958. Dopo gli studi classici, si è laureato in Scienze Politiche, indirizzo Politico-Sociale, presso la Facoltà “Cesare Alfieri” dell’Università degli Studi di Firenze. La sua carriera giornalistica inizia nel 1983, con collaborazioni su periodici, radio e televisioni private locali. Due anni più tardi, nel 1985, si iscrive all’Ordine dei Giornalisti. Nel 1988 entra a far parte del gruppo che darà vita alla prima redazione del quotidiano Latina Oggi, fondato da Giuseppe Ciarrapico. In quella redazione Panigutti muove i primi passi da cronista, occupandosi di nera, bianca e successivamente di cronaca giudiziaria. Il suo percorso professionale all’interno della testata è scandito da una crescita costante: Capo Servizio nel 2004, Capo Redattore Centrale nel 2005, Vice Direttore nel 2006 e, infine, Direttore Responsabile nel 2007, ruolo che ricoprirà fino al 2023, anno della sua uscita dal gruppo Editoriale Oggi.

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