Il triste episodio di Modena che ha visto protagonista un giovane laureato italiano di origini marocchine, sofferente di disturbi psichici, anziché innescare un dibattito sul livello di sicurezza del quale la società civile usufruisce e sulle capacità della nostra sanità pubblica di fornire adeguata assistenza a chi vive fragilità e disagi psicologici connessi all’incapacità di sapersi inserire correttamente nel tessuto sociale e lavorativo di cui è parte, ha scatenato ancora una volta una polemica sterile e vaneggiante sulle possibilità di revocare la cittadinanza italiana a un cittadino italiano di seconda generazione che si sia macchiato di un reato pesante come quello in cui è incorso Salim El Koudry dirottando sulla folla l’auto di cui era alla guida e ferendo gravemente due persone. E’ stata la Lega, Salvini in testa, ad ipotizzare la misura della revoca della nazionalità ad El Koudry, come se la nazionalità di origine dei genitori possa prevalere, in termini di responsabilità per l’accaduto, sulla lucida determinazione o sui problemi psichici di cui soffre il protagonista del grave incidente di Modena. Un esempio di xenofobia manifesta, che non giova all’immagine di un Paese civile come riteniamo sia il nostro.
E qui siamo di fronte al vice presidente del Consiglio dei ministri e a un partito della maggioranza di Governo, che non esitano a infiammare una nazione che fino all’altro ieri è stato un Paese di emigranti.
Lo sappiamo bene noi figli e nipoti di coloni spinti via dalla fame dal Friuli e dal Veneto e dall’Emilia Romagna negli anni ’30 del secolo scorso per venire a cercare di farsi una vita in una terra che ancora sapeva di umidità, di muffa e di malaria.
E come loro, dopo di loro, in Agro Pontino sono arrivati a ondate fin dal primo dopoguerra altri gruppi di migranti provenienti da ogni angolo d’Italia. Calabresi e campani, pugliesi e siciliani, abruzzesi e molisani, marchigiani e lucani. Italiani allontanati dalla Libia e dalla Tunisia. Tutti qui, a Latina e dintorni, per concorrere inconsapevolmente, in barba ai principi canonici dell’antropologia e della sociologia da manuale, alla creazione della società perfetta. Una società che comprendeva anche i “nativi” che dai paesi dei Lepini avevano sempre guardato la palude dall’alto; una società dove l’alterità, anziché dividere, ha fatto da collante; una società dove tutti erano stranieri, ma dove tutti, nessuno escluso, prima a Littoria e poi a Latina, hanno trovato cittadinanza. Le generazioni pontine venute su tra gli anni cinquanta e gli anni settanta, gente che oggi ha un’età compresa tra i cinquanta e i settant’anni, ha conosciuto e vissuto il razzismo soltanto attraverso i documentari sugli Stati Uniti e le cronache in bianco e nero commentate da Ruggero Orlando in collegamento da quella che lui chiamava Nuova York.
Non si poteva essere razzisti a Latina, vuoi perché tutti erano in cerca di integrazione e di affermazione, vuoi perché il nostro è stato il primo, vero e forse unico laboratorio multietnico italiano; l’unico capoluogo di provincia dove si parlavano contemporaneamente, e di frequente nello stesso spazio fisico, una decina di dialetti diversi, a volte incomprensibili per chi ascoltava ed era di un’altra regione. Tutti i vecchi di allora, per comprendersi meglio, hanno dovuto affinare il proprio italiano, e i loro figli e i figli dei loro figli, cresciuti sugli stessi banchi di scuola, hanno fatto meno fatica a costruire la loro lingua italiana, ma senza perdere l’inflessione dell’etnia di provenienza.
Siamo cresciuti con i profughi dell’Est che parlavano lingue diverse e vivevano dentro un recinto con le baracche; abbiamo visto arrivare e abbiamo ospitato in casa i vietnamiti, poi i polacchi, e subito dopo i nordafricani in fuga dalla miseria, dalle guerre e dalle mattanze tribali, e quelli attratti dal mito dell’Occidente ricco e civilizzato. E per ultimi, senza fare una piega, abbiamo visto arrivare i nuovi coloni pontini del terzo millennio, i sikh indiani e i loro cugini musulmani del Bangla Desh.
Sì, siamo capaci di convivere anche con la quota sindacale di pasdaran della Lega, quelli che dicono di avercelo più duro di tutti, perché siamo consapevoli che certi loro eccessi e certe chiusure mentali, ideologiche e culturali, non ci possono scalfire.
Perché noi siamo la società perfetta, anche se non ce ne siamo accorti, anche se di noi non si parla mai abbastanza, anche se abbiamo perso la voglia e la capacità di esprimere il nostro orgoglio di abitanti di questa terra di migranti.