L’influenza aviaria è un’infezione virale che colpisce principalmente gli uccelli. I principali serbatoi sono gli uccelli selvatici, in particolare quelli acquatici, che possono trasmettere il virus agli allevamenti avicoli, con conseguenze economiche rilevanti. Solo in casi sporadici l’infezione può interessare l’uomo.
Negli ultimi anni l’attenzione è aumentata per la capacità di questi virus di mutare. Alcuni ceppi hanno dimostrato di poter infettare anche altre specie animali, inclusi mammiferi come bovini e animali domestici, soprattutto gatti.
Di recente la Regione Lombardia ha segnalato un caso di infezione da virus influenzale A(H9N2) di origine aviaria a bassa patogenicità in una persona fragile con patologie pregresse, proveniente da un Paese extraeuropeo dove avrebbe contratto il virus. Il paziente è attualmente ricoverato. Si tratta del primo caso umano di influenza aviaria H9N2 identificato in Europa.
Il rischio per l’uomo
Nella maggior parte dei casi i virus aviari non rappresentano un pericolo significativo per la popolazione. Tuttavia alcune varianti, a seguito di mutazioni, possono acquisire una maggiore capacità di infettare specie diverse, compreso l’uomo. Le infezioni umane finora osservate sono spesso asintomatiche o caratterizzate da sintomi lievi.
Non risultano evidenze di trasmissione da persona a persona. Secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), il rischio per la popolazione generale è attualmente considerato basso e può salire a moderato solo per chi lavora a stretto contatto con animali infetti, come il personale degli allevamenti colpiti da focolai.
Il sistema di sorveglianza in Italia
Nel nostro Paese il monitoraggio dell’influenza aviaria negli animali è affidato ai servizi veterinari. Il Ministero della Salute coordina il Piano nazionale di sorveglianza con il supporto del Centro di Referenza Nazionale per l’Influenza Aviaria, attivo presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.
Le attività comprendono controlli sugli animali vivi (sorveglianza attiva) e verifiche su soggetti con sintomi sospetti o deceduti (sorveglianza passiva), secondo le disposizioni europee. Le Regioni e le Province autonome operano attraverso le aziende sanitarie locali e gli Istituti zooprofilattici, che effettuano i test diagnostici.
Per quanto riguarda l’uomo, la sorveglianza è coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità tramite la rete RespiVirNet, composta da medici e pediatri sentinella e da 28 laboratori distribuiti sul territorio nazionale, oltre all’Istituto di Scienze Biomediche della Difesa. Il sistema monitora settimanalmente le sindromi simil-influenzali e oggi è in grado di individuare anche eventuali casi legati a virus aviari.
Negli ultimi mesi è stato inoltre rafforzato il coordinamento tra sorveglianza veterinaria e umana nell’ambito di un progetto finanziato dal Ministero della Salute, con l’obiettivo di favorire uno scambio rapido di informazioni e un approccio integrato “One Health”.
Il quadro europeo
A livello comunitario la situazione è seguita dalla Commissione europea in collaborazione con ECDC, EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e il Laboratorio di riferimento europeo per l’influenza aviaria. Sono previste misure specifiche in caso di focolai negli allevamenti e strumenti di prevenzione per ridurre il rischio di casi umani, oltre a procedure di coordinamento tra gli Stati membri.
Sicurezza alimentare
La principale modalità di contagio dagli animali all’uomo è legata all’inalazione di particelle contaminate, ad esempio durante l’esposizione ad animali infetti. Non esistono evidenze che il virus si trasmetta attraverso il consumo di carne. Le normative europee prevedono l’abbattimento e lo smaltimento controllato dei capi positivi, riducendo ulteriormente il rischio che prodotti contaminati entrino nella catena alimentare.
Una corretta manipolazione degli alimenti, la cottura adeguata e il rispetto delle norme igieniche restano comunque misure fondamentali di prevenzione.
Negli Stati Uniti, di recente, sono stati ritirati lotti di latte crudo risultati contaminati dal virus H5N1. In Italia, invece, non sono stati individuati bovini infetti: oltre 3.000 capi controllati in aree interessate da casi nel pollame e negli uccelli selvatici sono risultati negativi.
Animali domestici
Il rischio per cani e gatti è considerato basso, ma non può essere escluso del tutto, soprattutto se vivono in ambienti dove possono entrare in contatto con uccelli selvatici infetti, vivi o morti. È consigliabile evitare questo tipo di esposizione e non somministrare agli animali carne cruda o prodotti provenienti da allevamenti non controllati durante periodi di circolazione virale.