Un nuovo concorso per 268 infermieri a tempo pieno e indeterminato nel Lazio riaccende il dibattito sulla carenza di personale sanitario e sul rapporto tra settore pubblico e privato.
A intervenire è il COINA – Sindacato delle Professioni Sanitarie, che accoglie positivamente le nuove assunzioni ma segnala il rischio di un ulteriore spostamento di professionisti dalle strutture private verso quelle pubbliche.
La procedura aggregata ha come capofila la Asl Roma 1 e coinvolge nove tra Asl, aziende ospedaliere e Irccs della Capitale.
«Le 268 assunzioni a tempo indeterminato sono una buona notizia. Il servizio pubblico ha bisogno di infermieri e deve assumere – afferma Marco Ceccarelli, Segretario Nazionale del COINA –. Ma dobbiamo guardare contemporaneamente a quello che sta accadendo nella sanità privata».
Ceccarelli aggiunge: «Gli infermieri stanno lasciando il privato per il pubblico e ogni nuova possibilità di assunzione stabile rischia inevitabilmente di accelerare questo processo».
Come sono distribuiti i 268 posti
Il numero maggiore di assunzioni è previsto alla Asl Roma 2, con 71 posti. Seguono la Asl Roma 1 con 51, il Policlinico Umberto I con 40, il San Camillo Forlanini con 36 e il San Giovanni Addolorata con 28.
Sono inoltre previsti 17 posti all’Aou Sant’Andrea, 11 al Policlinico Tor Vergata, 8 agli Ifo Regina Elena e San Gallicano e 6 all’Inmi Lazzaro Spallanzani.
Secondo i dati richiamati dal sindacato, nel Lazio la carenza di personale sarebbe stimata tra 5mila e 7mila infermieri, mentre per il 2026 la Regione avrebbe autorizzato 1.611 assunzioni infermieristiche per 74 milioni di euro.
«Se mancano migliaia di infermieri, non possiamo pensare di risolvere il problema semplicemente trasferendoli dal privato al pubblico – sottolinea Ceccarelli –. Se per coprire un vuoto ne creiamo un altro, la carenza rimane e cambia soltanto indirizzo».
Il nodo del contratto nella sanità privata
Per il COINA, una delle questioni principali resta quella contrattuale.
Il sindacato evidenzia come nella sanità privata accreditata sia ancora applicato un contratto riferito al triennio 2016-2018, elemento che renderebbe meno competitivo il settore rispetto alle opportunità offerte dal pubblico.
«Come possiamo meravigliarci se un infermiere del privato partecipa a un concorso pubblico? – prosegue Ceccarelli –. Da una parte trova un posto stabile e condizioni più attrattive, dall’altra un contratto fermo da anni».
«Il professionista compie una scelta comprensibile per il proprio futuro. Il problema è un sistema che crea le condizioni perché quella scelta diventi sempre più frequente».
Secondo il sindacato, una riduzione ulteriore degli organici nel privato potrebbe tradursi anche in nuove difficoltà organizzative e assistenziali.
La graduatoria potrà essere utilizzata per altre assunzioni
Il concorso potrebbe produrre effetti anche oltre i 268 posti inizialmente previsti.
Dalla procedura nascerà infatti, secondo quanto riportato dal COINA, una graduatoria unica a valenza regionale valida per due anni, utilizzabile anche per coprire ulteriori cessazioni e nuovi fabbisogni delle aziende del Servizio sanitario regionale.
«I concorsi pubblici devono continuare e gli organici devono essere rafforzati – evidenzia Ceccarelli –. Ma pubblico e privato non possono essere costretti a contendersi gli stessi pochi professionisti».
Per il segretario nazionale del sindacato occorre intervenire sulle condizioni complessive del lavoro infermieristico, comprese quelle offerte dal settore privato.
Coina: «Il rinnovo non è più rinviabile»
La richiesta conclusiva del COINA riguarda proprio il rinnovo contrattuale.
«Il rinnovo contrattuale – conclude il Segretario Nazionale del COINA – non è più rinviabile. Se il privato resta fermo mentre il pubblico assume, continuerà a perdere infermieri».
«Non possiamo affrontare una carenza strutturale limitandoci a spostare i professionisti da una parte all’altra. Il pubblico deve rafforzarsi, ma il privato non può essere lasciato svuotare: quando perde personale una parte della sanità, si indebolisce l’intero sistema e a pagarne le conseguenze sono, prima di tutto, i cittadini».