Oggi, sei anni fa, Fondi piombava definitivamente nel baratro delle chiusure imposte dalla Regione Lazio: in serata veniva pubblicato come legge regionale il decreto a firma del vice presidente che istituiva la “Zona Rossa”.
La notizia era nell’aria già da qualche giorno e, lo spettro che quanto visto tra Codogno e Vo’ prima e il bergamasco dopo, diventasse un’inquietante abitudine anche dei cittadini della Piana divenne certezza solo in tarda serata. Come spesso accadeva in quei giorni, i documenti, gli atti amministrativi, per quanto doverosi e stringenti, non sempre erano chiari e trasparenti.
Nella serata del 19 marzo del 2020, ad esempio, non era così chiaro quali erano le attività che dovevano rimanere chiuse e quelle che potevano rimanere aperte. Eppure i checkpoint agli ingressi e all’uscita della città vengono ricordati ancora bene. Come non si possono dimenticare gli spartitraffico nelle strade secondarie, i treni che non fermavano alla stazione e il suono incessante delle sirene.
La città di Fondi, più di altre nel centro e sud Italia, ha vissuto settimane, a cavallo dell’istituzione della zona rossa, in un tempo sospeso. Periodi fatti di videochiamate, e una marea di fake news che, con il tempo, abbiamo imparato a conoscere anche con quel termine che oggi gli esperti chiamano “infodemia“.
Eppure, la mole di informazioni era tale non solo per le richieste che le persone avevano rispetto alla necessità di reperire informazioni, ma anche per via di ciò che accadeva. In molti ricorderanno l’omicidio nella zona rossa, ma anche la banale fake news dell’elicottero che, nella folle immaginazione di qualcuno, avrebbe dovuto sorvolare la città spruzzando igienizzante per abbattere la diffusione del virus o, più ancora, quando ad “andare in giro” con mascherina e guanti era anche la statua di San Francesco che sola, resisteva in piazza IV Novembre.
Oggi, quei tempi sembrano così lontani. Il Covid è un lontano ricordo, seppur le notizie amare e allarmanti di un mondo che rimane globalizzato non hanno mai smesso di inseguirci e raggiungerci fin sui nostri device.
Ma quei giorni sono un ricordo, un monito, un pensiero. Lo stesso che ogni cittadino vive quando va al cimitero della città, dove attorno al parcheggio, furono piantati tanti cipressi quante erano state le vittime di quella prima fase di pandemia che, arrivando dall’altra parte del mondo, aveva sconvolto tutti, anche una cittadina di meno di 40 mila abitanti.