FOCUS – “Maternity Blues”, ecco perché ci si può sentire tristi dopo il parto: l’intervista all’esperta

Una condizione emotiva che non ha effetti patologici e che non va confusa con la depressione post-partum. Ne parla la dottoressa Brait

La “Baby Blues” o “Maternity Blues” è una condizione comune a molte donne subito dopo il parto. Secondo gli esperti, può interessare fino a 7 donne su 10. Riconoscerla in tempo è fondamentale per imparare a gestirla e superarla senza ansie e paure. È bene precisare che non si tratta assolutamente di una patologia ma di una condizione emotiva che non ha effetti patologici. Molte neo mamme l’hanno sperimentata provando un senso di inadeguatezza e la sensazione di essere sbagliate. Sì, perché, i diktat sociali ci hanno da secoli tramandato l’idea che la maternità debba essere il momento più felice nella vita di una donna e, quindi, il sentirsi tristi genera un senso di profondo smarrimento.

Fortunatamente, negli anni più recenti, molti taboo sono caduti. Le donne hanno cominciato a parlare delle gravidanze e del post partum senza troppi filtri. Sui social network e sui media non è raro imbattersi nei racconti, anche di donne influenti, che descrivono la gravidanza come il periodo più bello che, però, a tratti, può diventare anche il più buio. Il ritorno a casa dall’ospedale può essere traumatico, il parto stesso può esserlo. Stringendo per le prime volte un figlio/a tra le braccia ci si può sentire emotivamente distaccate dal bambino e avere scarso interesse nel prendersene cura. La neo mamma può sentirsi inadeguata ad assumere il ruolo che la attende. Può piangere, manifestare momenti di rabbia ed avere voglia di restare sola. Care donne, è tutto vero ed è tutto normale. Il post-partum non è solo un periodo di gioia e felicità ma è l’inizio di una nuova fase della vita per la donna. E prenderne coscienza senza sentirsi addosso il peso di obblighi sociali arcaici è il primo passo da compiere per vivere bene la maternità.

È bene però evidenziare che la “Maternity Blues” non deve essere confusa con la depressione post-partum che è, invece una patologia a tutti gli effetti. Molte donne che hanno sperimentato la Baby Blues hanno, infatti, temuto di poter sfociare nel patologico e far del male a loro stesse o al loro bambino. Nulla di più sbagliato. Per fare chiarezza, abbiamo chiesto consiglio ad un’esperta, la Dottoressa Simona Brait, psicanalista freudiana e dirigente Rems presso la Casa della Salute di Pontecorvo.

Dottoressa Brait, come distinguere la Maternity Blues dalla depressione post-partum?
“Partiamo dal presupposto che per Maternity Blues intendiamo una condizione emotiva che nulla ha a che vedere con uno stato patologico come è, invece, quello della depressione post-partum. Nel primo caso non vi è necessità di uno strutturato intervento terapeutico (farmacologico o psicoterapeutico), perché questo stato di disagio tende a rientrare spontaneamente in tempi brevi (circa due settimane). Nel secondo caso, invece, bisogna necessariamente intervenire con diagnosi e interventi terapeutici precoci e strutturati. La Maternity Blues è un lieve disturbo emozionale transitorio, si manifesta entro i primi 15 giorni dal parto, in genere il terzo o quarto giorno, proprio in coincidenza con il ritorno a casa, e persiste fino a due settimane. La depressione post-partum, invece, non si manifesta subito ma a due/tre mesi dal parto ed è, fortunatamente, molto più rara della Maternity Blues che può interessare fino al 70% delle neo mamme. Solo il 10-15% delle neo mamme va invece incontro ad un vero e proprio stato depressivo che non tende a scomparire spontaneamente e, se non trattato, il 50% delle donne risulta ancora depresso dopo 6 mesi e il 25% ancora dopo 1 anno. La depressione post partum, se non riconosciuta e trattata, rischia di interferire con le abilità della donna di instaurare un interscambio di comportamenti e di emozioni con il suo bambino e con l’attaccamento; legami capaci di prevenire le conseguenze negative a lungo termine sullo sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo del bambino stesso. Per cui, quello che raccomando sempre, è di fare rete attorno alle neo mamme. Di ascoltarle, supportarle e farle sentire rassicurate e, soprattutto, le persone più vicine, devono monitorare stati d’umore e cambiamenti. In caso di campanelli d’allarme che non rientrano in breve tempo, è sempre bene rivolgersi ad un esperto”.

C’è la possibilità di fare prevenzione?
“In caso di Maternity Blues, non essendo necessario un trattamento, non è necessaria neppure una vera e propria prevenzione. Però è bene che i professionisti dell’area materno-infantile, durante la gravidanza informino e sensibilizzino la donna ed il partner, o anche i familiari, della frequente insorgenza di tale disturbo, affinché non si trovino impreparati ad affrontarlo. In caso di depressione post-partum, invece, programmi di ‘screening’ per l’individuazione delle donne a rischio di sviluppare depressione post partum, effettuati già in occasione della prima visita con il medico di famiglia o con lo specialista, o, nell’immediato post partum, come parte integrante della valutazione del benessere psicofisico della donna, nonché successivi interventi clinici, hanno fornito risultati di grande interesse. Consultori, gruppi di preparazione al parto, oltre a seguire le madri durante la gravidanza, dovrebbero offrire un supporto e monitoraggio anche dopo”.

E, in caso di depressione post-partum, come comportarsi?
“Innanzitutto bisogna riconoscerla, quindi avere una diagnosi. E raramente è la donna a richiederla. È bene, dunque, che siano partner e/o familiari a chiedere l’intervento di un esperto. Quando il disturbo viene riconosciuto si può iniziare un trattamento che viene scelto in base alla valutazione sul singolo caso. Le donne che soffrono di depressione post-partum, in generale, hanno bisogno in primis di riorganizzare il proprio mondo interiore in base alla nuova realtà che vivono. E questo è il passo più difficile ma quello da cui necessariamente partire. Fornire alla donna gli strumenti utili a rielaborare i propri spazi che non sono più individuali ma duali è fondamentale. Per molte donne questo avviene in maniera naturale, per altre no ed hanno necessità di essere seguite per costruire un nuovo percorso di vita. Quello che in ogni caso mi sento di dire alle donne è di chiedere aiuto, senza paura. Perché, con un adeguato supporto, questo disturbo può essere superato. E solo allora potranno vivere al meglio la loro essenza di donne e madri”.

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Roberta Di Pucchio
Roberta Di Pucchio
Giornalista pubblicista

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