Per la prima volta diventa possibile intervenire sul diabete di tipo 1 prima che si manifesti in forma conclamata, ritardandone l’esordio e attenuandone la gravità. Le nuove terapie immunologiche stanno infatti modificando l’approccio a una patologia cronica autoimmune che colpisce soprattutto bambini, adolescenti e giovani adulti e che fino a oggi era considerata sostanzialmente inevitabile nel suo decorso.
Il diabete di tipo 1 è una malattia cronica in cui il sistema immunitario attacca e distrugge progressivamente le cellule beta del pancreas, responsabili della produzione di insulina. La conseguenza è l’aumento della glicemia nel sangue e la necessità di assumere insulina per tutta la vita. Nel lungo periodo possono insorgere complicanze a carico di reni, cuore, vasi sanguigni, occhi e sistema nervoso. A differenza del diabete di tipo 2, non è legato allo stile di vita ma a un’alterazione del sistema immunitario.
Pur essendo meno diffuso rispetto al diabete di tipo 2, che interessa circa il 5% della popolazione, il tipo 1 non è una patologia marginale. In Italia colpisce circa lo 0,2% della popolazione e l’incidenza è in aumento, con una crescita stimata intorno al 3% ogni anno. In una grande città come Milano si registrano annualmente tra i 150 e i 200 nuovi casi.
Lo scenario clinico sta però cambiando. La ricerca sta entrando in una fase nuova in cui l’obiettivo non è più soltanto il controllo della glicemia, ma l’intervento diretto sui meccanismi immunologici che causano la malattia. In questo contesto si inserisce Teplizumab, un anticorpo monoclonale recentemente approvato dall’Agenzia europea per i medicinali.
Il farmaco agisce sul sistema immunitario eliminando selettivamente i linfociti T responsabili dell’attacco alle cellule pancreatiche produttrici di insulina. Nei soggetti a rischio, individuabili attraverso la presenza di autoanticorpi specifici e di iniziali alterazioni della glicemia, Teplizumab è in grado di ritardare l’insorgenza del diabete di tipo 1 di circa tre anni. Inoltre, quando la malattia si manifesta, l’esordio risulta generalmente più lieve, con un migliore controllo metabolico e una fase iniziale più lunga in cui il fabbisogno di insulina è ridotto.
Ritardare di tre anni la comparsa della malattia, soprattutto in età giovanile, significa offrire tempo prezioso in termini di qualità della vita, percorso scolastico e lavorativo e quotidianità. Si tratta di un primo passo concreto verso la modifica della storia naturale del diabete di tipo 1.
In Lombardia, l’Università degli Studi di Milano e l’ASST Fatebenefratelli-Sacco sono stati tra i primi centri autorizzati all’uso compassionevole del farmaco, in vista del successivo passaggio verso la rimborsabilità. Un segnale di come i risultati della ricerca possano tradursi rapidamente in opportunità terapeutiche concrete per i pazienti.
Teplizumab rappresenta solo uno dei fronti aperti. Numerose altre terapie immunomodulanti sono attualmente in fase di studio: farmaci diretti contro molecole costimolatorie del sistema immunitario, contro citochine pro-infiammatorie e approcci cellulari sempre più avanzati. L’obiettivo comune è spegnere in modo selettivo l’autoimmunità, preservando la funzione delle cellule pancreatiche il più a lungo possibile. In questo scenario il diabete di tipo 1 entra nell’era della medicina di precisione, seguendo un percorso già tracciato in oncologia e in altre malattie autoimmuni.
Un contributo significativo arriva anche dalla ricerca italiana. Presso l’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con il Boston Children’s Hospital e l’Università di Padova, è stato sviluppato Immunostem, un approccio sperimentale basato su cellule staminali autologhe, prelevate cioè dallo stesso paziente.
Le cellule vengono raccolte tramite aferesi, modificate con tecniche di terapia genica per acquisire una marcata attività antinfiammatoria e immunoregolatoria e successivamente reinfuse. Questa strategia consente da un lato di colpire in modo mirato l’autoimmunità diretta contro le cellule produttrici di insulina, dall’altro di evitare un’immunosoppressione generalizzata, poiché le cellule reinfuse sono riconosciute come proprie dall’organismo. La sperimentazione clinica è in fase di avvio in collaborazione con l’Università di Padova.
Si tratta di studi ancora sperimentali ma con un potenziale rilevante: questi approcci potrebbero permettere di mantenere più a lungo la funzione pancreatica, prolungare la cosiddetta fase di “luna di miele” dopo l’esordio e, in prospettiva, arrivare a una regressione dell’iperglicemia in una parte dei pazienti.
Il diabete di tipo 1 resta una sfida complessa, ma oggi la medicina dispone finalmente di strumenti per intervenire prima, rallentare la malattia e modificarne il decorso. Un cambio di prospettiva che fino a pochi anni fa sembrava impensabile.