Cancro, quando il tumore cresce anche grazie al cervello: tra neuroscienze ed oncologia

Interrompere questo circuito potrebbe aiutare a migliorare le terapie anticancro: gli ultimi studi scientifici

Cellule tumorali e neuroni si somigliano più di quanto pensiamo. Addirittura arrivano a “parlarsi” tramite impulsi elettrici, una caratteristica che si pensava essere tipica delle sole cellule nervose. Il cancro invece, come un camaleonte, riesce ad adattarsi sempre di più per poter crescere indisturbato. Interrompere questo vero e proprio circuito elettrico potrebbe essere una delle nuove startegie per contrastarne la crescita. Ad affermarlo è un ampio articolo comparso sulle pagine della rivista Nature che ha fatto il punto della situazione su questo nuovo filone di ricerca che, nei prossimi anni, potrebbe diventare sempre più “battuto” in fatto di cura dei tumori.

Quando cancro e cervello si parlano

Le neuroscienze e l’oncologia sono sempre state discipline che si sono “parlate” poco. La situazione però sta repentinamente cambiando: diversi studi stanno incominciando a mostrare quanto in realtà il sistema nervoso, anche al di fuori del cervello, sia un prezioso alleato per la crescita incontrollata dei tumori. Un meccanismo del tutto simile a quello che vede la capacità del tumore di sviluppare intorno a se nuovi vasi sanguigni per ricevere nutrimento e colonizzare altri distretti corporei. Quest’ultima caratteristica negli anni è stata sfruttata per produrre nuovi farmaci, come gli inibitori dell’angiogenesi, utilizzati con discreto successo in associazione ad altre terapie. Per quanto riguarda il sistema nervoso e i tumori le scoperte più eclatanti sono due: da un lato le cellule tumorali possono parlarsi tra loro tramite attività elettrica, esattamente come fanno i neuroni, dall’altro queste cellule riescono ad integrarsi nel sistema nervoso ricevendo stimoli utili a replicarsi velocemente. Due caratteristiche impensabili sino a poco tempo fa.

Le ultime evidenze

Uno degli articoli scientifici spartiacque in tal senso è datato 2013: in modello animale fu dimostrato che le cellule di tumore alla prostata crescevano grazie alla “collaborazione” con le fibre nervose. Rimosse queste ultime, il tumore regrediva. Nel 2019, sempre in modello aninale, venne dimostrato che alcuni progenitori delle cellule nervose erano in grado di migrare sino alla sede tumorale per trasformarsi, una volta giunti a destinazione, in neuroni. Nel 2022 invece un altro studio ha dimostrato che alcune neuroni sensoriali erano in grado di secernere una molecola (CGRP) capace di spegnere la risposta immunitaria. Ed è proprio nella capacità dei neuroni di spegnere l’infiammazione -utilizzata per evitare danni- che i tumori trovano terreno fertile: colonizzando i neuroni possono garantirsi una crescita incontrastata. 

Le ricadute pratiche

Queste caratteristiche, pur essendo ancora da studiare in maniera dettagliata, stanno incominciando a portare i ricercatori a teorizzare e sperimentare le prime cure anticancro agendo direttamente sui meccanismi neuronali. L’idea è quella di interrompere il segnale tra tumore e cellule nervocesi. Un esempio sono i beta-bloccanti ad esempio, farmaci già utilizzati per alcuni problemi cardiaci, sono in fase di sperimentazione contro il tumore al seno. I primi trial clinici hanno dimostrato che i beta-bloccanti, in associazione alla chemioterapia, hanno ridotto la presenza di metastasi. Un altro tentativo, prossimo al via per i gliomi, è quello che prevede l’utilizzo di alcuni farmaci comunemente somministrati per l’epilessia per interrompere le sinapsi tra neuroni e cellule tumorali. Infine a breve dovrebbe partire un ulteriore studio per migliorare l’efficacia dell’immunoterapia del melanoma. In questo caso verrà somministrata una molecola in uso per l’emicrania. Il tutto regge sulla seguente ipotesi: dal momento che l’emicrania può essere scatenata da elevati valori di CGRP (la molecola implicata nello spegnimento del sistema immunitario), l’utilizzo del farmaco capace di bloccare l’attività di questa molecola potrebbe portare ad un miglioramento della risposta immunitaria. Ma l’elenco delle sperimentazioni è destinato presto ad allungarsi. – Fonte Fondazione Umberto Veronesi

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