APRILIA ANNO ZERO
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Davide Tiligna è nato e cresciuto ad Aprilia. Abita da sempre nel quartiere di Campoverde, al contempo polo industriale ed agricolo, cerniera tra la periferia del capoluogo pontino e della provincia romana. Al pari di molti ragazzi della periferia, vivere lontano dal centro lo ha stimolato ad impegnarsi nella vita della comunità locale. Guardando la sua carta d’identità lo definiremmo giovane, ma nei suoi trent’anni di vita ha già collezionato diverse esperienze, maturate nel mondo dello sport, dell’associazionismo e poi, in quello politico – amministrativo. Ha ricoperto l’incarico di vicepresidente della Pro Loco di Aprilia, occupandosi in particolare dell’organizzazione di eventi, mentre attualmente ricopre il ruolo di Direttore Generale di un’associazione sportiva calcistica. In ambito istituzionale, nell’ultima consiliatura, è stato eletto consigliere comunale di opposizione nelle file del polo civico.
Come tutti i suoi coetanei è molto “social”, cioè per comunicare ed interagire utilizza molto le piattaforme come Facebook ed Instagram; l’elevata partecipazione virtuale è sicuramente una questione generazionale, ma occupandosi di sicurezza informatica, settore nel quale opera per la protezione dei dati e dei sistemi informatici, è probabile si tratti più di un’abitudine inconscia. Compensa, tuttavia, con una forte partecipazione reale, sia nell’approccio concreto che nell’impegno costante, alla vita pubblica e civile di Aprilia.
- Coinvolgere le persone a partecipare alla vita politica e sociale di Aprilia è sempre stato un compito difficile, immaginiamo lo sia ancora di più adesso dopo lo scioglimento del Comune per infiltrazioni. Secondo lei quale sarebbe la soluzione migliore per reagire a questa situazione?
“Partiamo da una cosa che va detta senza ipocrisie: lo scioglimento ha rotto qualcosa di profondo tra cittadini e politica. Non è solo sfiducia, è la sensazione che per anni si sia parlato sopra la testa delle persone. Io sono stato consigliere comunale solo nell’ultimo anno, all’opposizione, quando ormai i nodi stavano venendo al pettine. Una cosa però è chiara: non si può ripartire facendo finta che nulla sia successo, ma nemmeno buttando tutto nello stesso calderone. Dobbiamo prendere atto di tutto quello che è successo fin qui e ripartire consapevolmente. Per riavvicinare le persone serve una politica molto più semplice e molto più presente. Occorre tornare nelle strade e nelle piazze, alle iniziative pubbliche ai banchetti, anche al porta a porta vero. A volte non è mancanza di interesse ma semplicemente distanza: la politica deve andare dalle persone e deve farlo proponendo delle risposte. La gente non chiede politici perfetti: chiede persone riconoscibili, che ci mettano la faccia e restino coerenti nel tempo.”
- Come interpreta la reazione di distacco da parte di molti cittadini e, soprattutto, dei suoi coetanei – che diversamente da lei non svolgono un ruolo attivo nella comunità – dopo il terremoto che ha sconvolto la politica apriliana?
“Credo che i cittadini chiedano una cosa semplice: basta giochetti. Non vogliono più essere presi in giro, né con le promesse né con le faide interne alla politica. Chiedono ordine, normalità, rispetto. C’è voglia di una politica che si faccia carico dei problemi e offra soluzioni. Tra i giovani, invece, c’è una rabbia più silenziosa. Non è disinteresse: è sfiducia totale nei meccanismi tradizionali. Vedono una politica che parla sempre di loro ma decide sempre senza di loro. Da trentenne, questa cosa la sento forte. I giovani non vogliono pacche sulle spalle. Vogliono contare davvero, avere spazi, strumenti, responsabilità. Se non glieli dai, se ne vanno. E una città che perde i giovani si spegne lentamente.”
- Secondo lei i giovani intuiscono o subiscono l’idea che sia impossibile cambiare le cose, che è più facile adeguarsi al sistema piuttosto che lavorare per cambiarlo?
“Sì, questa percezione è molto forte, e non nasce dal nulla. Molti giovani capiscono presto che non basta avere idee o impegno, perché i meccanismi politici locali – in special modo nei partiti – spesso premiano la fedeltà più della competenza. Succede una cosa precisa: chi entra pieno di entusiasmo viene accolto, ma solo finché non mette in discussione equilibri già consolidati. Quando provi a cambiare davvero qualcosa, ti scontri con logiche interne, con decisioni prese altrove, con spazi che si chiudono. E il messaggio che passa è semplice: se vuoi restare, devi adeguarti. Questo è uno dei motivi per cui tanti giovani, anche ad Aprilia, non partecipano o si allontanano. Non perché siano apatici, ma perché vedono un sistema che non lascia spazio reale al cambiamento. E allora fanno la scelta più razionale: o si rassegnano, o se ne vanno. Io credo che questa sia la vera sfida per noi ad Aprilia: rompere questi meccanismi dall’interno, rendere la politica più aperta, più contendibile, più meritocratica. Finché non lo facciamo, continueremo a parlare di giovani senza riuscire a coinvolgerli davvero.”
- Negli ultimi vent’anni assistiamo ad una omologazione dei programmi elettorali. Al di là degli spazi per lo svago, secondo lei c’è davvero la percezione, tra i giovani, che questa città possa diventare un luogo dove poter costruire un futuro, perché no, anche lavorativo?
“Io credo che ad Aprilia la questione decisiva sia questa: riuscire a tenere insieme lavoro, sviluppo e qualità della vita. È su questo equilibrio che i giovani decidono se restare o andare via. Negli anni scorsi, in sinergia con alcune realtà e in particolare con il presidente del consorzio degli industriali CIAP, abbiamo messo in piedi iniziative molto concrete per far incontrare domanda e offerta di lavoro direttamente sul territorio, dando ai giovani la possibilità di conoscere le imprese e alle imprese di trovare competenze. Questo dimostra che la città ha le energie e le risorse per costruire opportunità reali. Aprilia ha una vocazione industriale importante, che va riconosciuta e rafforzata con politiche ad hoc, capaci di generare lavoro e quindi ricchezza. Ma oggi sviluppo non significa solo produrre di più: significa produrre meglio, innovare, investire in qualità, garantire tutele ambientali e rendere la città più vivibile. Se il Comune lavora per attrarre investimenti, sostenere le imprese sane, collegare formazione e lavoro, e allo stesso tempo migliorare i servizi, l’ambiente e gli spazi urbani, allora lo sviluppo diventa un fattore di qualità della vita, non un suo nemico. Il futuro di Aprilia passa da qui: lavoro stabile, sviluppo sostenibile e una città in cui sia bello vivere. È questa la prospettiva che può dare ai giovani una ragione concreta per restare e costruire il proprio domani. In generale credo che se i giovani si attivino solo in casi particolari vuol dire che i giovani oggi non credono al cambiamento, non è perché siano cinici. È perché sono lucidi. Hanno visto troppe promesse e pochi fatti. La politica ha due strade: continuare a parlare di giovani, oppure iniziare finalmente a fare politica con loro. La seconda è più faticosa, più rischiosa, ma è l’unica che può davvero cambiare le cose.”
- Lei crede seriamente che la comunità apriliana, dopo il commissariamento per i noti fatti di cronaca, abbia la maturità per sperimentare nuove strategie, per rifondare la città con nuove idee e cambiare il modo di amministrare?
“Sì, ma solo se smettiamo di raccontarcela. Aprilia può diventare un laboratorio politico proprio perché ha toccato il fondo. Ma questo succede solo se c’è un cambio vero di mentalità. Io ho orbitato in un’area civica che ha governato a lungo questa città. Sarebbe disonesto negarlo. Ma io sono entrato in Consiglio solo nell’ultimo anno, quando era già evidente che quel modello si era logorato. Questo mi impone una responsabilità in più: non difendere il passato, ma non rinnegare nemmeno tutto. Il laboratorio politico nasce se si rompe l’automatismo per cui chi governa non viene mai messo in discussione. Serve una politica più trasparente, meno chiusa. Se Aprilia riuscisse a fare questo, allora potrebbe ripartire.”
- Tre temi, questione morale a parte, sui quali scommetterebbe per rigenerare la città di Aprilia.
“Primo: la città concreta. Strade, sicurezza nei quartieri, manutenzione, servizi. La politica deve tornare da subito occuparsi delle cose che le persone vedono ogni giorno. Senza una città che funziona, tutto il resto è fuffa. Secondo: lavoro,economia e infrastrutture. Aprilia ha imprese, agricoltura, artigiani, commercianti. Serve un Comune che non sia ambiguo, che non favorisca nessuno ma aiuti chi lavora onestamente. Semplificare, accompagnare, controllare: tutte e tre le cose insieme. Terzo: comunità e partecipazione reale. Non eventi di facciata, ma sport, associazioni, spazi di aggregazione, coinvolgimento vero dei cittadini e dei giovani. Una città che si sente comunità è anche una città più forte e meno ricattabile. Io non credo nelle scorciatoie e non credo nei salvatori. Credo che Aprilia abbia bisogno di una nuova fase, fatta da persone che conoscono la città, che non si nascondono dietro il passato e che non hanno paura di cambiare metodo. A 30 anni non porto soluzioni magiche. Porto però la volontà di fare politica in modo diverso, più diretto, più pulito e più vicino alla vita reale delle persone.”