Alzheimer, la sfida comincia prima dei sintomi: il sangue può cambiare la diagnosi

Obiettivo cercare nel plasma le tracce della malattia. Un passaggio importante soprattutto per riconoscerla nelle fasi iniziali

Per l’Alzheimer la partita della cura si gioca sempre più prima che la malattia diventi evidente. Il problema, però, è proprio riconoscerla in tempo. Quando memoria, linguaggio e capacità cognitive iniziano a mostrare segnali evidenti, nel cervello i processi neurodegenerativi possono essere già avanzati.

È in questo scenario che i test del sangue per l’Alzheimer rappresentano una delle innovazioni più interessanti della medicina contemporanea. Negli Stati Uniti la FDA ha già autorizzato strumenti in grado di individuare nel plasma alcuni biomarcatori associati alla presenza di patologia amiloide, riducendo la necessità di ricorrere immediatamente a esami più complessi come la risonanza magnetica, la PET cerebrale o il prelievo del liquido cerebrospinale.

L’obiettivo non è trasformare un semplice prelievo in una diagnosi automatica. Questi test devono essere utilizzati insieme alla valutazione clinica e agli altri accertamenti, soprattutto perché possono verificarsi risultati falsamente positivi o negativi.

Il vero valore della tecnologia sta però nella possibilità di intercettare la malattia quando il deterioramento è ancora iniziale. È una prospettiva particolarmente importante oggi che esistono terapie dirette contro la patologia, destinate proprio a pazienti selezionati nelle fasi precoci della malattia.

La ricerca sta quindi spostando il baricentro della lotta all’Alzheimer: non più soltanto intervenire quando la perdita di autonomia è già significativa, ma cercare di anticipare il momento della diagnosi.

Ed è forse questo il passaggio più importante. Un esame meno invasivo e più facilmente accessibile può rendere più semplice arrivare all’accertamento della patologia, ma soprattutto può contribuire a ridurre il tempo che separa i primi segnali dall’inizio di un percorso specialistico. Per una malattia progressiva, guadagnare tempo può significare preservare più a lungo funzioni e autonomia. E chissà che nel giro di qualche anno questa novità non arrivi anche in Europa.

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