I pubblici ministeri della Procura di Roma hanno formulato le richieste di arresto, tra carcere e domiciliari, per venti degli indagati della maxi inchiesta sui grandi appalti di enti nazionali, per lo più inerenti a servizi informatici. Dopo le perquisizioni che i magistrati capitolini avevano autorizzato a marzo nell’ambito di un’indagine della Guardia di Finanza romana, sono scattate le richieste di applicazione delle misure cautelari per i principali indagati, tra i quali figura anche un imprenditore originario di Latina, A.S. di 62 anni, coinvolto con un ruolo di primo piano. I venti indiziati quindi saranno interrogati nei prossimi giorni dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma che dovrà decidere sulle loro posizioni.
L’indagine delle fiamme gialle era nata dagli accertamenti scaturiti in seguito all’inchiesta del 2024 sulla corruzione all’interno di Sogei, società in house del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Gli investigatori hanno scoperto così un articolato sistema illecito, messo in piedi da una serie di imprenditori con l’obiettivo di creare fondi neri, una liquidità utilizzata per alimentare la corruzione che consentiva loro di pilotare gli appalti nella pubblica amministrazione. Da qui, appunto, la scoperta delle gare pilotate in altri settori della pubblica amministrazione.
L’inchiesta della Procura ha ricostruito una rete di aziende che riusciva a condizionare a loro favore gli esiti di importante gare pubbliche per centinaia di milioni di euro, negli ambiti più delicati dello Stato, a partire dalla Difesa passando nello specifico per Aeronautica e Marina, fino ad arrivare a Rete Ferroviaria Italiana, Terna, Polo Strategico Nazionale e Polizia di Stato. In uno di questi contesti assume un ruolo centrale proprio A.S., ritenuto il collegamento tra alcuni imprenditori, gli ufficiali dell’Aeronautica che gestivano legare e i politici.
Nella richiesta di arresto i pubblici ministeri menzionano anche la circostanza in cui il pontino si era attivato presso il vice presidente della Camera dei Deputati, Giorgio Mulè, che non è indagato, per agevolare la promozione a generale di un ufficiale dell’Aeronautica militare che gli avrebbe informazioni riservate su un appalto da 213 milioni di euro. Inoltre l’imprenditore avrebbe avuto un ruolo, insieme ad altri due indagati, nella gara per la fornitura di servizi informatici al Polo Strategico Nazionale, infrastruttura creata per ospitare il cloud della pubblica amministrazione.
In questo contesto, secondo la pubblica accusa, gli indagati avrebbero cercato di favorire i prodotti di un’importante società americana che realizza software, inizialmente esclusa. Nello specifico il 62enne si sarebbe speso attraverso le proprie conoscenze nella Difesa. E proprio nell’ambito della Difesa compare ancora il suo nome, insieme ad altri imprenditori, per condizionare l’appalto per una piattaforma informatica. Gli indagati avrebbero ricevuto informazioni riservate da un generale dell’Esercito prima dell’avvio della gara, riuscendo a incidere sui requisiti tecnici.