Per anni abbiamo associato la parola vaccino soprattutto alla prevenzione delle infezioni. Ora la stessa tecnologia dell’RNA messaggero (mRNA), che abbiamo imparato a conoscere nella lotta contro il Covid-19 sta entrando in un territorio completamente diverso: quello della cura dei tumori. E il melanoma è diventato uno dei banchi di prova più importanti.
A riportare l’attenzione sul tema sono i risultati preliminari dello studio di fase 3 condotto da Moderna e Merck su intismeran autogene (V940), una terapia sperimentale personalizzata destinata a pazienti con melanoma ad alto rischio già sottoposti alla rimozione chirurgica del tumore. Lo studio ha coinvolto 1.137 persone in 26 Paesi e ha raggiunto gli obiettivi principali, mostrando una riduzione significativa del rischio di recidiva e della diffusione della malattia quando il trattamento viene associato all’immunoterapia.
Ma come funziona?
Il punto rivoluzionario è la personalizzazione. Non esiste una singola fiala uguale per tutti: dopo l’intervento viene analizzato geneticamente il tumore del paziente, alla ricerca delle mutazioni che distinguono le cellule cancerose da quelle sane. Queste informazioni vengono utilizzate per costruire un mRNA che potremmo definire “su misura”, capace di fornire al sistema immunitario le istruzioni necessarie per riconoscere determinati neoantigeni, cioè caratteristiche molecolari generate dalle mutazioni del tumore.
In sostanza, l’obiettivo è allenare le difese dell’organismo a riconoscere ciò che è rimasto del tumore e ad attaccarlo prima che possa trasformarsi in una nuova metastasi. È una strategia molto diversa dalla chemioterapia tradizionale: non punta semplicemente a colpire cellule che si dividono rapidamente, ma cerca di rendere il sistema immunitario più preciso nel riconoscimento del bersaglio.
Perché proprio il melanoma?
Il melanoma presenta spesso un elevato numero di mutazioni, e questo significa che può offrire al sistema immunitario un numero maggiore di bersagli potenzialmente riconoscibili. È una delle ragioni per cui questo tumore è diventato un terreno particolarmente promettente per le immunoterapie personalizzate.
I dati precedenti avevano già indicato la direzione: nel trial di fase 2, la combinazione aveva ridotto del 49% il rischio di recidiva o morte e del 59% quello di metastasi o morte rispetto alla sola immunoterapia. I risultati di fase 3 rafforzano ora quella prospettiva, anche se i dati completi devono ancora essere presentati e non è ancora disponibile una valutazione definitiva dell’impatto sulla sopravvivenza complessiva.
Ed è proprio qui che sta l’importanza della notizia: non significa che sia stata trovata una cura universale contro il cancro, né che il vaccino sia già disponibile nella pratica clinica. Significa però che una tecnologia nata per insegnare all’organismo a riconoscere un bersaglio può essere adattata al profilo genetico del singolo tumore.
La sfida successiva sarà rendere questo processo più rapido, accessibile e sostenibile: ogni vaccino deve infatti essere progettato e prodotto individualmente, dopo il sequenziamento del tumore.
Il vero salto di prospettiva, dunque, potrebbe essere questo: passare da terapie pensate per gruppi di pazienti a trattamenti costruiti intorno alle caratteristiche biologiche del singolo tumore. E se i risultati saranno confermati nel lungo periodo, il melanoma potrebbe essere soltanto l’inizio di una nuova stagione della medicina oncologica.