La rivisitazione collettiva delle cause che hanno determinato lo scioglimento del consiglio comunale per mafia può modificare l’attività dei partiti politici?
Finora l’attenzione si è concentrata sugli effetti che un evento come questo può provocare sugli elettori: gli studi politici e sociologici mostrano, infatti, che la reazione dei cittadini ad un commissariamento può manifestarsi con l’astensionismo, perché si incrina il rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni, oppure può verificarsi una riattivazione della società civile attraverso associazioni, movimenti civici e comitati che cercano di ricostruire uno spazio pubblico lasciato scoperto dalla debolezza della politica.
Molto meno studiato è invece il comportamento dei partiti. Secondo un’indagine condotta da Vittorio Mete sul comune di Lamezia Terme dal titolo “La quiete dopo la tempesta. Politica e società civile in un Comune sciolto per mafia” il commissariamento fu considerato dalle forze politiche come un episodio da archiviare in vista delle successive elezioni. Per il professore del Dipartimento di Scienza della Politica e Sociologia dell’Università degli Studi di Firenze, le cause della mancata elaborazione politica della crisi e dell’assenza di una riflessione collettiva sulle ragioni che avevano condotto al commissariamento erano riconducibili alla mancanza di un reale confronto tra le forze politiche e società civile sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nella gestione della cosa pubblica. Ed è questo, forse, il passaggio più importante della ricerca: la politica si preparò alla competizione elettorale senza prima interrogarsi sulla propria crisi.
Il caso di Lamezia Terme offre una risposta significativa perché Mete suggerisce una riflessione che va oltre la vicenda calabrese e investe direttamente il percorso che attende ogni comunità colpita dallo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. E questo alla luce del fatto che il Comune di Lamezia Terme è stato sciolto due volte per infiltrazioni mafiose, la prima nel 2002 e la seconda nel 2017.
La questione non è soltanto come voteranno gli elettori, ma quale atteggiamento assumeranno i partiti.
È difficile non cogliere alcuni elementi di analogia con quanto sta avvenendo ad Aprilia. A distanza di mesi dallo scioglimento, il dibattito pubblico appare limitato e discontinuo, ma il dato politicamente più rilevante è un altro: la sostanziale assenza del centrodestra, cioè della coalizione che governava la città quando il Consiglio comunale è stato sciolto.
Un’ assenza che non può essere letta soltanto come una fase di riorganizzazione interna, perché non si tratta di riconoscere responsabilità giuridiche, che spettano ad altre sedi e che sono personali, ma di spiegare alla città quali errori abbiano reso possibile una crisi istituzionale così profonda, quali insegnamenti se ne traggano e quali cambiamenti si intendano introdurre nella selezione della classe dirigente e nelle modalità di costruzione del consenso. Anche se i fatti contestati dalla magistratura risalgono agli anni in cui governava la coalizione civica, con alcuni pezzi dell’attuale centrosinistra, il centrodestra sembra abbia accusato maggiormente il colpo del commissariamento.
Proprio su questo terreno il silenzio rischia di trasformarsi in un messaggio politico. Se la coalizione uscente evita di misurarsi pubblicamente con le ragioni dello scioglimento, rinuncia anche alla possibilità di guidare il processo di ricostruzione della propria credibilità? Sicuramente la conseguenza, concreta e visibile, è che il confronto pubblico venga inevitabilmente occupato da altri soggetti.
Ad Aprilia qualche segnale in questa direzione è già sotto gli occhi di tutti: ad esempio sul tema della sosta a pagamento nel centro cittadino, proposta dalla Commissione Straordinaria, il centrosinistra ha promosso un’assemblea pubblica coinvolgendo cittadini e categorie economiche, mentre il neonato gruppo Agire ha presentato osservazioni ed emendamenti. Si può condividere o meno il contenuto delle rispettive proposte, ma entrambe rappresentano un tentativo di esercitare una funzione politica durante il commissariamento. È invece meno evidente un’iniziativa altrettanto strutturata del centrodestra, che continua a rappresentare una parte significativa dell’elettorato apriliano.
È qui che la distinzione tra alternativa e alternanza di governo assume un significato concreto. Se la campagna elettorale si riducesse alla sostituzione di una coalizione con un’altra, senza una riflessione sulle cause che hanno condotto al commissariamento, la politica perderebbe un’occasione di rigenerazione democratica.
L’alternativa di governo richiede invece qualcosa di più impegnativo: una ricostruzione della fiducia fondata sulla trasparenza, sulla qualità della classe dirigente, sulla partecipazione della società civile e sulla capacità dei partiti di tornare a svolgere la loro funzione di elaborazione politica.
Per questo motivo, il tema decisivo delle prossime elezioni ad Aprilia potrebbe non essere chi vincerà, ma quale forza politica dimostrerà di aver compreso fino in fondo il significato dello scioglimento del Consiglio comunale. La ricerca di Vittorio Mete insegna che il vero rischio non è la sconfitta elettorale di uno schieramento, bensì la mancata elaborazione politica della crisi. Quando ciò accade, il commissariamento si conclude sul piano amministrativo, ma lascia irrisolte le fragilità che lo hanno reso necessario. E su questo impegno sono chiamate a dare il loro contributo tutte le forze politiche.