Esplosioni, armi e “coca” a Latina, ma chi gestisce il mercato?

I dettagli emersi nelle cinquanta pagine di ordinanza dell'operazione che nei giorni scorsi ha portato agli arresti. E i tanti interrogativi

Date, orari, moventi e movimenti, acredini e vendette, lotte senza quartiere per il dominio incontrastato su un paio di isolati da trasformare in “piazza di spaccio”, con tanto di sentinelle come si vede nei film sulla malavita dei giorni nostri. E poi la geografia dei centri di potere, quelli di periferia, lasciati in mano a quattro scapicollati tanto incoscienti quanto pericolosi, cresciuti sulla scia dei racconti sulle imprese dei criminali veri che facevano rapine e si ammazzavano tra loro ogni volta che il codice deontologico dell’onore interpretato sullo spartito della mala lo imponeva. 

E anche il deja vu delle nuove leve che trattano come matusa sorpassati quelli che li hanno preceduti sulla strada di una vita che se non ti fermi in tempo inevitabilmente conduce al carcere o all’obitorio. C’è tutto e anche altro nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere i protagonisti di una ragione bollente, contrassegnata da incendi e bombe rudimentali fatte esplodere senza alcuna forma di prudenza davanti ai portoni di affollatissimi condomini popolari. 

Ci sono le accortezze, anche quelle che si rivelano inutili, per tenere distanti da sé armi munizioni e droga, lasciando i rischi connessi a giovani incauti che cercano un po’ di affermazione che non hanno saputo trovare a scuola né al lavoro, e qualche soldo da tenere in tasca. Spiccano anche le prodezze senza senso raccontate in viva voce dai protagonisti di scorrerie in auto con la mano che impugna una pistola fuori del finestrino e colpi che vengono esplosi in ogni direzione e senza una ragione precisa, se non quella di dare libero sfogo a una potenza tutta immaginata, una potenza che si sbriciola allo scattare di un paio di manette facili, come quelle che si mettono ai polsi dei principianti quando esagerano. 

Quello che stupisce, insieme all’incoscienza di questi bombaroli improvvisati e spericolati, è la facilità di reperimento e il costo irrisorio degli ordigni fatti esplodere tra settembre e novembre tra le case arlecchino e i palazzoni di viale Nervi. E infine c’è il riassunto orale di questa antropologia della marginalità che viene fuori insieme alla voglia di raccontarsi e di esibirsi, come se la galera non fosse una sconfitta da tacere ma un rito di passaggio da affrontare a testa alta e con ostentazione.

Il copione è così automatico, che i protagonisti non si rendono nemmeno conto che la cella nella quale son costretti è lo studio di una versione differente del grande fratello, e che il tuo compagno di cella è una specie di richiamo per le allodole vogliose di cinguettare e farsi sentire.

Cinquantatré pagine di ordinanza per raccontarne una soltanto, quella di un’escalation idiota e fortunatamente senza morti, servita soltanto a richiamare l’attenzione delle forze dell’ordine e facilitarne l’intervento repressivo. Anzi, quella che viene fuori da quell’ordinanza è in realtà soltanto mezza della pagina che avremmo voluto leggere, perché manca la parte meno spettacolare ma più interessante del sistema che muove il traffico della cocaina e del crac. La parte che potrebbe spiegarci come fanno dei ventenni, per quanto intraprendenti e spregiudicati, a disporre di chili di stupefacente, di borsoni pieni di pistole e di migliaia e migliaia di euro con cui, oltre a comprare esplosivi e armi, si garantiscono il potere e il controllo sulle squadrette di ragazzini impiegati come spacciatori negli ascensori dei condomini o come addetti alla sorveglianza della piazza di spaccio e del quartiere. 

Chi sono i fornitori di queste armate allo sbaraglio? Da dove arriva la cocaina? Chi la smista a trentamila euro al chilo? Chi sono gli esattori dei grandi distributori che operano sul territorio? Dove finiscono i milioni di euro generati in banconote non rintracciabili dalle attività quotidiane di spaccio da un capo all’altro della città e delle periferie?

Dove si annida e che faccia ha questo centro di potere che si tiene in disparte e ben coperto, che non soffre degli sconfinamenti tra un’area di spaccio e l’altra, perché si nutre della concorrenza, che fa crescere la domanda e evitare il costo della merce? 

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Alessandro Panigutti
Alessandro Panigutti
Giornalista di lungo corso, è nato a Latina nel 1958. Dopo gli studi classici, si è laureato in Scienze Politiche, indirizzo Politico-Sociale, presso la Facoltà “Cesare Alfieri” dell’Università degli Studi di Firenze. La sua carriera giornalistica inizia nel 1983, con collaborazioni su periodici, radio e televisioni private locali. Due anni più tardi, nel 1985, si iscrive all’Ordine dei Giornalisti. Nel 1988 entra a far parte del gruppo che darà vita alla prima redazione del quotidiano Latina Oggi, fondato da Giuseppe Ciarrapico. In quella redazione Panigutti muove i primi passi da cronista, occupandosi di nera, bianca e successivamente di cronaca giudiziaria. Il suo percorso professionale all’interno della testata è scandito da una crescita costante: Capo Servizio nel 2004, Capo Redattore Centrale nel 2005, Vice Direttore nel 2006 e, infine, Direttore Responsabile nel 2007, ruolo che ricoprirà fino al 2023, anno della sua uscita dal gruppo Editoriale Oggi.

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