Tumore del rene, il microbiota può potenziare l’immunoterapia: risultati promettenti da uno studio italiano

Il trapianto di microbiota fecale ha migliorato risposta ai farmaci e sopravvivenza nei pazienti con carcinoma renale metastatico

Il microbiota intestinale si conferma un alleato sempre più importante nella lotta contro il cancro. Una ricerca italiana coordinata dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dalla Fondazione Policlinico Gemelli, pubblicata su una delle più autorevoli riviste scientifiche internazionali, mostra che il trapianto di microbiota fecale può migliorare in modo significativo l’efficacia dell’immunoterapia nei pazienti con carcinoma renale metastatico.

Negli ultimi quindici anni l’immunoterapia ha cambiato radicalmente la storia di molte malattie oncologiche, compresi i tumori del rene, dove viene utilizzata in combinazione con farmaci a bersaglio molecolare. Tuttavia non tutti i pazienti rispondono allo stesso modo: in alcuni casi la risposta è scarsa o assente fin dall’inizio, in altri si sviluppano meccanismi di resistenza che riducono nel tempo l’efficacia delle cure. Tra i fattori che sembrano influenzare questo processo c’è anche il microbiota intestinale, ovvero l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro apparato digerente e che svolgono un ruolo chiave nella regolazione del sistema immunitario.

Lo studio

Proprio partendo da queste basi è nato lo studio TACITO, un trial clinico randomizzato di fase 2 che ha coinvolto 45 pazienti con tumore del rene in fase avanzata, alla prima linea di trattamento. L’obiettivo era capire se il trapianto di microbiota fecale proveniente da donatori che avevano risposto molto bene all’immunoterapia potesse migliorare i risultati clinici in chi riceveva la terapia standard, basata sulla combinazione di pembrolizumab e axitinib.

I partecipanti sono stati divisi in due gruppi: uno ha ricevuto il trapianto di microbiota, l’altro un placebo. Dopo un anno, il 70% dei pazienti trattati con il microbiota non mostrava segni di progressione della malattia, contro il 41% del gruppo di controllo. Il dato, pur non raggiungendo la piena significatività statistica sull’obiettivo principale, è stato accompagnato da risultati molto più netti sugli altri indicatori clinici.

La sopravvivenza libera da progressione di malattia è risultata infatti molto più lunga nei pazienti che avevano ricevuto il trapianto: una mediana di 24 mesi contro i 9 mesi del gruppo placebo, con una riduzione del rischio di progressione di circa il 50%. Anche il tasso di risposta ai farmaci è apparso più alto, superando il 50% nel gruppo trattato con il microbiota rispetto a poco più del 30% nei controlli. I benefici sono risultati particolarmente evidenti nei pazienti con prognosi intermedia o sfavorevole.

Le analisi sul microbioma hanno confermato che i batteri dei donatori attecchiscono correttamente nell’intestino dei pazienti e che aumenta la diversità microbica, considerata un indicatore positivo di salute dell’ecosistema intestinale. Ma l’aspetto più interessante è che il beneficio clinico sembra essere legato soprattutto alla presenza o all’eliminazione di specifici ceppi batterici, più che al semplice “trapianto” in senso quantitativo del microbiota.

Sul fronte della sicurezza, la procedura è stata condotta seguendo protocolli molto rigorosi: i donatori sono stati sottoposti a controlli clinici e microbiologici approfonditi e i campioni sono stati lavorati in ambienti protetti, con standard elevati di tracciabilità e biosicurezza, riducendo al minimo i rischi infettivi per i pazienti.

I risultati rafforzano l’idea che il microbiota intestinale sia un vero e proprio modulatore della risposta all’immunoterapia e aprono la strada a nuove strategie di supporto alle cure oncologiche. In prospettiva, il profilo del microbiota potrebbe diventare un biomarcatore predittivo per capire in anticipo quali pazienti risponderanno meglio ai trattamenti. Inoltre, in futuro, la sua composizione potrebbe essere modificata non solo con il trapianto fecale, ma anche attraverso nuove tecnologie, come capsule contenenti consorzi batterici selezionati.

Lo studio è stato finanziato dal Ministero della Salute nell’ambito del programma di Ricerca Finalizzata dedicato ai giovani ricercatori. Ora serviranno studi più ampi per confermare questi dati e per comprendere fino in fondo i meccanismi biologici che legano intestino, sistema immunitario e risposta ai farmaci antitumorali. Ma la strada sembra ormai tracciata: anche dall’equilibrio dei batteri intestinali può dipendere una parte importante della sfida contro il cancro.

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