Si è concluso il capitolo giudiziario per uno dei capi della famiglia Di Silvio tratteggiata dall’inchiesta Scarface della Dda di Roma che aveva fatto scattare più di trenta arresti nel 2021 per quella che veniva considerata un’associazione mafiosa dedita al narcotraffico e alle estorsioni tra le più agguerrite di Latina. Nella giornata di oggi la Suprema Corte di Cassazione ha depositato la motivazione con la quale ha rigettato il ricorso di Carmine Di Silvio, latinense di 53 anni, rendendo definitiva la sentenza della Corte d’Appello che lo ha riconosciuto organizzatore dell’associazione dedita al traffico di stupefacenti e lo aveva assolto dal metodo mafioso, condannandolo a quattro anni di reclusione.
Si è ridotta sensibilmente la pena per Carmine Di Silvio, che come altri 18 dei 50 indagati iniziali aveva scelto di essere giudicato con rito abbreviato, quindi con uno sconto di un terzo sulla pena. Inizialmente il giudice per l’udienza preliminare di Roma lo aveva condannato a venti anni di reclusione, poi ridotti a dieci dalla Corte d’Appello. Quindi la Corte di Cassazione si era pronunciata accogliendo una prima volta il ricorso della difesa, disponendo il secondo processo d’Appello che si era concluso, lo scorso ottobre, con l’ulteriore riduzione della pena, ovvero con l’assoluzione dall’accusa di avere fatto parte di un’associazione mafiosa.
Dopo l’appello bis la difesa di Carmine Di Silvio aveva presentato un nuovo ricorso per Cassazione, ritenendo che il 53enne non fosse in grado di gestire l’associazione dedita al narcotraffico essendo stato detenuto dal 2010 al 2025 per i fatti legati all’escalation di vendette della guerra criminale di sedici anni fa, ma anche perché dalle intercettazioni erano emerse frizioni col fratello Giuseppe detto Romolo, ritenuto al vertice della loro famiglia, un gradino sopra a Carmine e tutt’ora a processo, in primo grado, con rito ordinario, ma ancora detenuto per l’omicidio di Fabio Buonamano detto Bistecca del gennaio del 2010.
In ogni caso i giudici della Cassazione hanno ritenuto che il ricorso puntava a una rilettura nel merito della sentenza, andando oltre l’esame di legittimità previsto per la Suprema Corte. Ma gli “ermellini” hanno comunque riconosciuto legittima la valutazione compiuta per la posizione Carmine Di Silvio al vertice dell’associazione dedita al narcotraffico, osservando come “il ruolo di organizzatore, spettante a colui che coordina il contributo degli associati, a differenza di quello di promotore e di capo, assume una connotazione esecutiva e non richiede che chi lo rivesta si trovi sullo stesso piano dei capi e dei promotori, essendo compatibile, ove l’organizzazione del sodalizio abbia una struttura verticale, con un’attività svolta in posizione di subalternità rispetto al vertice associativo”.
Nella stessa sentenza la Corte di Cassazione ha valutato anche le posizioni di Michele Petillo, ritenuto uno spacciatore al servizio della famiglia capeggiata da Giuseppe Romolo Di Silvio, e di Alessandro Di Stefano, legato allo stesso sodalizio avendo sposato una nipote del boss, ossia la sorella di Costantino Patatone Di Silvio, anch’esso detenuto per l’omicidio di Fabio Buonamano. Per Michele Petillo la Suprema Corte ha annullato la sentenza d’Appello per intervenuta prescrizione, mentre per Alessandro Di Stefano l’ha annullata, rinviando gli atti alla Corte d’Appello per un nuovo esame, perché i giudici di merito avevano ridotto la pena a tre anni e mezzo di reclusione assolvendolo da uno dei capi d’imputazione, ma avevano aumentato la pena per gli altri reati, violando così la legge.