Il silenzio tombale sul progetto di chiudere con delle inferriate lungo il Corso il piazzale di Palazzo Emme non è soltanto una sconfitta, è la bandiera bianca alzata in segno di resa sui progetti e sui sogni della città. Sogni che dopo tre decenni e mezzo di inconcludenza amministrativa assumono maggior valore, perché a Latina non è rimasto altro da fare che sognare. Almeno quello.
E quello di destinare Palazzo Emme a sede-biglietto da visita del polo universitario pontino è stato un sogno a lungo accarezzato, condiviso da tutti, e mai definitivamente dismesso.
Nemmeno l’esito fallimentare dell’accordo di programma con il quale Zaccheo era riuscito a strappare il risultato in cambio della cessione dell’ex Icos alla Guardia di Finanza era stato sufficiente a cancellare la speranza di poter arrivare un giorno a restituire a quell’edificio simbolo della città la funzione che per diversi decenni ha avuto ospitando generazioni di studenti: una scuola.
Adesso che il Ministero delle Infrastrutture ha messo a disposizione 18 milioni di euro in favore del Provveditorato alle Opere Pubbliche per mettere in sicurezza Palazzo Emme, appare di tutta evidenza che la destinazione dell’immobile, da qui e per qualche decennio almeno, sarà quella di una caserma, o per essere meno brutali, una sede per le forze dell’ordine. La stessa destinazione per la quale Palazzo Emme era stato realizzato, più o meno quello che è adesso. E quella cancellata che compare nel progetto di messa in sicurezza della sede del Comando provinciale della Guardia di Finanza, è il sigillo istituzionale di un’ipoteca che sarà difficile scalfire. La domanda è d’obbligo: dov’erano i parlamentari pontini mentre il Ministero delle Infrastrutture preparava le carte per la concessione del finanziamento e mentre il Provveditorato alle Opere Pubbliche commissionava il progetto di messa in sicurezza?
Anche stavolta la filiera di governo ha fatto cilecca. Anzi, si direbbe che si è messa a remare contro.
E il fatto che adesso qualche parlamentare abbia espresso qualche timida riserva sulla opportunità di separare con le sbarre quell’edificio dal tessuto cittadino, appare chiaro che questa battaglia di retroguardia punta ad ottenere il risultato minimo di scongiurare la realizzazione di una gabbia da circo sul Corso della Repubblica. Ci si potrà riuscire agevolmente, anche in virtù del recente conferimento della cittadinanza onoraria al Corpo della Guardia di Finanza, circostanza che rende assolutamente cordiali e improntati all’attenzione reciproca i rapporti tra le Fiamme Gialle e il Comune di Latina. Ma la battaglia sulla destinazione di Palazzo Emme è definitivamente persa.
Stretto nella morsa del richiamo alla sicurezza cui si ispira il progetto di ristrutturazione di Palazzo Emme, e fresco di consegna all’Università della ex sede di Banca d’Italia, il centrodestra non può fare e nemmeno dire più di tanto. Alla causa dell’Università, in termini di immobili, è stata dato abbastanza, e non è ancora finita; insistere troppo potrebbe essere un suicidio politico.
Quanto alle opposizioni cittadine, non ci si sarebbe aspettato tanto interesse per le sorti di un edificio che fino all’altro ieri, in quanto simbolo di un passato duro a sparire, la sinistra avrebbe volentieri cancellato con l’intervento delle ruspe. Ma si tratta di un interesse di facciata, limitato a sacrosanti rilievi di natura urbanistica, ma distante dal perorare la causa della tutela del carattere identitario che volente o nolente lega quel palazzo alla gente di Latina.
Anche solo annunciate, quelle sbarre divisorie possono a buon diritto simboleggiare lo stato di detenzione dello spirito, dell’anima e della cultura di Latina. Una città ai domiciliari.
