Forse doveva essere un incontro chiarificatore se Ibrahim Dibba aveva accettato di vederli senza temere che quello si sarebbe trasformato in agguato, ma di certo la vittima è stata faccia a faccia con chi l’ha ucciso. Mentre gli investigatori della Polizia lavorano per ricostruire i fatti nei particolari e attribuire le responsabilità a ciascuno dei sospettati, emerge una ricostruzione che riscrive completamente la dinamica dei fatti e la volontà, degli autori, di uccidere. A partire dal fatto che mercoledì sera gli assassini del gambiano di 27 anni si trovavano a piedi come lui quando gli hanno puntato la pistola contro, e lo hanno colpito da distanza molto ravvicinata.
È ormai tramontata l’ipotesi che Ibrahim Dibba sia stato ucciso da un commando che si trovava a bordo di un’auto in movimento. Le cose sono andate diversamente, perché due dei tre bossoli esplosi dall’assassino, spalleggiato dal resto del gruppo di fuoco, sono stati trovati sul marciapiede a poca distanza dal punto dove la vittima è stata ferita mortalmente. Il terzo bossolo invece si trova in strada, ma non lontano dagli altri, poco oltre le auto, forse spostato inavvertitamente da chi ha camminato lì in quei frangenti o subito dopo, come i soccorritori.
Quindi se il gambiano veniva a piedi dalla zona dell’ex Villaggio Trieste e ha incontrato i suoi assassini sul marciapiede di viale XXIV Maggio, sul lato opposto rispetto alla chiesa della parrocchia dell’Immacolata, vuol dire che anche gli autori dell’agguato si trovavano sullo stesso marciapiede: forse lo aspettavano nel punto dove hanno sparato, o gli sono andati incontro. Non è chiaro se ci sia stata una discussione all’inizio, tantomeno in quanti si sono presentati al cospetto di Ibrahim Didda, ma uno di loro almeno impugnava una pistola e ha fatto fuoco tre volte, colpendo lo straniero all’addome.
Come testimoniano le tracce di sangue, mentre gli assassini scappavano raggiungendo l’auto in strada, la vittima inizialmente si sarebbe aggrappata a un alberello, prima di accasciarsi sul marciapiede a ridosso del muro dell’università Sapienza. L’indagine finora ha permesso di restringere il campo dei sospetti, consentendo l’individuazione di alcuni giovani che quella sera si trovano a bordo dell’auto, più di due perché l’abitacolo era pieno.
Va da sé che gli accertamenti della Polizia puntano a stabilire chi ha sparato e ha partecipato attivamente all’agguato, atteso che tutti, in ogni caso, facevano parte del commando, anche chi è rimasto in auto. A questi si aggiunge lo straniero che la vittima conosceva e che ha convinto Ibrahim Didda ad andare incontro ai suoi assassini per incontrarli, dopo una discussione che c’era stata nei giorni precedenti per questioni di denaro, una somma che il gambiano pretendeva, forse da qualcuno che gli assassini intendevano proteggere.
L’indagine punta con decisione verso le famiglie Di Silvio che controllano i quartieri Campo Boario e Gionchetto, prima di tutto perché l’automobile, una Kia Picanto, era stata noleggiata presso una società di Latina a nome di una donna trentenne appartenente al clan stesso. Oltretutto la vettura, poche ore dopo l’omicidio, era stata trovata dalla Polizia in un parcheggio alle spalle dei palazzoni di via Pionieri della Bonifica, proprio tra i due quartieri tornati a essere zona d’influenza degli zingari negli ultimi anni.
Il movente sembra girare attorno a una somma di denaro, ma forse rappresenta solo in parte lo spirito che ha animato gli autori dell’agguato. La volontà di affermare il potere della loro famiglia, di certo, non passa in secondo piano, al di là del fatto che la loro intenzione iniziale fosse, o meno, quella di uccidere il gambiano di 27 anni. Chi ha premuto il grilletto, in ogni caso, aveva la possibilità di compiere un’esecuzione ancora più plateale, mirando ai punti vitali, o peggio finendo la vittima una volta ferita, ma ha puntato la pistola all’altezza della cinta. Inesperienza o un gesto d’impeto, questo non è ancora chiaro, in ogni caso l’intento era quello di dare una lezione per ristabilire gli equilibri, ovvero rilanciare il ruolo della famiglia negli ambienti della criminalità latinense.