Medici di famiglia, la rivoluzione si ferma ai blocchi di partenza: promessa comunque una riforma

Si arena il progetto di riformare la medicina territoriale. Al centro la questione dei medici di base e il ruolo delle Case di Comunità

La riforma dei medici di famiglia, annunciata come uno dei passaggi più importanti per ridisegnare la sanità territoriale italiana, si è fermata prima ancora di vedere la luce. Dopo settimane di confronti tra Ministero della Salute, Regioni e rappresentanti della categoria, il progetto si è arenato di fronte alle divisioni politiche interne alla maggioranza che sostiene l’esecutivo e alle forti resistenze emerse sia nel mondo sanitario, in particolar modo i sindacati.

Il nodo che ha fatto saltare il tavolo riguarda il futuro assetto dei medici di medicina generale. La proposta in discussione puntava a rafforzare la presenza dei medici nelle nuove Case di Comunità, strutture finanziate dal PNRR e pensate per avvicinare i servizi sanitari ai cittadini, riducendo il ricorso agli ospedali e ai pronto soccorso. Per raggiungere questo obiettivo si ipotizzava un modello in parte nuovo, con forme di maggiore integrazione tra i professionisti del territorio e il Servizio sanitario nazionale. Il tutto, compresa l’assunzione di una parte dei medici di famiglia sparsi sul territorio nazionale.

Ma proprio su questo terreno si è consumata la rottura. Da una parte chi riteneva necessario rendere più stabile la presenza dei medici nelle strutture pubbliche territoriali, dall’altra chi ha difeso il modello tradizionale fondato sul rapporto fiduciario tra medico e paziente, considerato un pilastro della medicina di famiglia.

La conseguenza immediata è che tutto resta, almeno per il momento, com’è oggi. I medici di famiglia continueranno a operare secondo il sistema attuale, mentre resta aperta la questione di come rendere pienamente operative le Case di Comunità che stanno sorgendo in tutta Italia grazie ai fondi europei.

La partita, tuttavia, non sembra chiusa definitivamente. La carenza di medici, l’invecchiamento della popolazione e la crescente pressione sugli ospedali continuano a rendere indispensabile una riorganizzazione dell’assistenza territoriale. Per il momento, però, la riforma che avrebbe dovuto cambiare il volto della medicina di base resta nel cassetto, rinviando ancora una volta il confronto su uno dei temi più delicati per il futuro della sanità italiana.

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