‘Il Mostro’ di Sollima, il racconto dell’irrisolto e la messa in scena del sospetto nel buio della storia italiana

Un’opera che rifiuta il comfort del true crime classico e costruisce un racconto sulla memoria, sul dubbio e sulla violenza strutturale

Affrontare il caso del Mostro di Firenze significa misurarsi con un nucleo opaco della storia italiana: un crimine seriale che non ha mai trovato una verità condivisa e che continua a produrre narrazione, fratture, interpretazioni. Con Il Mostro (2025), miniserie in quattro episodi, Stefano Sollima sceglie una strada tanto ambiziosa quanto scivolosa: non risolvere, ma ricominciare dall’inizio, tornando al punto zero dell’orrore e seguendo la cosiddetta pista sarda come dispositivo narrativo, non come tesi definitiva.

Il risultato è un’opera che rifiuta il comfort del true crime classico e costruisce invece un racconto sulla memoria, sul dubbio e sulla violenza strutturale, più che sull’identità di un colpevole.

La trama

La serie prende avvio dal duplice omicidio del 1968 a Signa, quello di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, evento che, anni dopo, verrà collegato balisticamente agli altri delitti attribuiti al Mostro. Da lì, ogni episodio adotta un punto di vista differente, seguendo figure che nel corso delle indagini sono state sospettate o coinvolte: Stefano Mele, Francesco Vinci, Giovanni Mele, Salvatore Vinci. Quattro traiettorie, quattro versioni dei fatti, quattro “mostri possibili”. L’indagine ufficiale resta sullo sfondo, mentre il racconto si concentra sulle crepe private, sulle ossessioni, sui contesti familiari e sociali.

Personaggi e interpretazioni

Il cuore della serie è Barbara Locci, figura centrale e non riducibile a semplice vittima. La sua presenza attraversa l’intero racconto come un filo rosso: donna desiderante, inquieta, soffocata da un sistema patriarcale che reagisce alla sua libertà con il controllo e la punizione. La performance che la interpreta lavora per sottrazione, evitando ogni enfasi melodrammatica: Barbara è viva, contraddittoria, mai idealizzata, ed è proprio questa normalità a rendere la sua morte un trauma fondativo.

Stefano Mele è ritratto come un uomo fragile, marginale, schiacciato da una maschilità imposta e incapace di gestire il proprio fallimento emotivo. L’interpretazione insiste su posture chiuse, sguardi bassi, un corpo che sembra sempre fuori posto: non un “mostro” evidente, ma una figura disturbante nella sua mediocrità.

I fratelli Vinci, Francesco e Salvatore, incarnano due declinazioni diverse della violenza: il primo più carismatico, ambiguo, socialmente mobile; il secondo opaco, inquietante, quasi animalesco. La recitazione è volutamente ruvida, antipsicologica, priva di spiegazioni rassicuranti: Sollima non chiede agli attori di “spiegare” il male, ma di abitarlo.

Giovanni Mele completa il quadro come figura laterale ma essenziale, parte di un ecosistema familiare in cui la violenza contro le donne è normalizzata, interiorizzata, trasmessa.

Il cast è composto quasi interamente da attori semisconosciuti, scelta coerente e strategica: l’assenza di volti riconoscibili impedisce l’identificazione immediata e rafforza l’idea che il male non abbia un volto iconico, ma si annidi nell’anonimato.

Regia e sceneggiatura

Sollima abbandona la tensione muscolare di Gomorra o Romanzo Criminale per adottare una regia a bassa temperatura, fatta di attese, silenzi, spazi vuoti. La macchina da presa osserva più che giudicare, spesso restando indietro, lasciando che le azioni accadano ai margini dell’inquadratura. La sceneggiatura costruisce un vero Rashomon seriale: le stesse scene vengono ripercorse con minime variazioni, rivelando come la verità cambi a seconda dello sguardo che la attraversa.

Non c’è progressione investigativa classica, e questa è una scelta radicale: l’indagine non avanza, si avvita. È un limite per chi cerca suspense tradizionale, ma un punto di forza per chi legge la serie come riflessione sulla fallibilità del racconto giudiziario.

Fotografia, musica e atmosfera

La fotografia lavora su una tavolozza spenta, terrosa, dominata da grigi e neri. Le campagne fiorentine non sono mai pittoresche: diventano spazi ostili, luoghi di controllo sociale e di voyeurismo. La violenza resta spesso fuori campo o spezzata dal montaggio, in una scelta etica che rifiuta il compiacimento.

La colonna sonora agisce per contrasto: canzoni popolari, melodie familiari che assumono un tono sinistro, quasi profetico. La musica non accompagna l’azione, la contraddice, rendendo ancora più disturbante ciò che accade.

Il cliffhanger: Pacciani

Solo nel finale emerge Pietro Pacciani, quasi come un’ombra che entra in scena quando tutto sembra già consumato. Non è una soluzione, ma un’apertura: un cliffhanger che non promette verità, bensì ulteriore stratificazione. È una scelta consapevole e divisiva: Sollima rifiuta il closure e prepara il terreno a un possibile seguito, ribadendo che il caso del Mostro non è una storia da chiudere, ma da interrogare.

Un’opera che non chiarisce e non assolve

Il Mostro è una miniserie coerente, austera, scomoda. Rinuncia allo spettacolo del colpevole per mettere in scena un sistema di violenze, omissioni e fallimenti collettivi. Proprio questa coerenza, però, è anche il suo rischio maggiore: l’emotività resta controllata, talvolta distante, e il coinvolgimento dello spettatore procede per accumulo intellettuale più che per empatia.

Non è una serie per chi cerca il brivido del “chi è stato”. È un’opera che chiede allo spettatore di accettare l’incompletezza, di sostare nel dubbio, di riconoscere che il vero orrore non è solo nei delitti, ma nel contesto che li ha resi possibili.

Il Mostro non consola, non chiarisce, non assolve. E proprio per questo è un atto di memoria civile più che un semplice racconto criminale.

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Cristina Lucarelli
Cristina Lucarelli
Cristina Lucarelli, giornalista pubblicista, specializzata in sport ma con una passione anche per musica, cinema, teatro ed arti. Ha collaborato per diversi anni con il quotidiano Ciociaria Oggi, sia per l'edizione cartacea che per il web nonché con il magazine di arti sceniche www.scenecontemporanee.it. Ha lavorato anche come speaker prima per Nuova Rete e poi per Radio Day e come presentatrice di eventi. Ha altresì curato gli uffici stampa della Argos Volley in serie A1 e A2 e del Sora Calcio.

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