La città senza voce registra e subisce le ingiurie delle nuove parole d’ordine che regolano la vita in un mondo che è sempre più difficile riconoscere: povertà, disagio, insicurezza.
Parole d’ordine che dettano la tabella di marcia sulla linea di un domani già disegnato. E brutto.
Il centro cittadino, e non soltanto quello, è la vetrina di miserie umane allestita in modo permanente e rinnovata dí tanto in tanto da nuove facce e nuovi gruppi di senzatetto allergici a qualsiasi promessa di aiuto o di soccorso il cui fine ultimo è quello di toglierli dalla strada, dai parchi, dai portici, dagli androni dei palazzi, dagli scantinati di ospedali e immobili disabitati, tutti luoghi nei quali i senzatetto hanno scelto di stare e che non vogliono abbandonare.
Finché li vediamo, ogni giorno e ad ogni ora, abbiamo la percezione di un problema, che assume proporzioni sempre maggiori.
La prima soluzione che viene in mente è cancellare quelle immagini, farle sparire insieme a quei volti, a quegli zaini poggiati su cartoni o ai piedi di una panchina e con dentro una vita fatta di niente.
Una vita che spaventa chi sta dall’altra parte e pensa di avercela fatta, o di averla scampata. Chi può si difende. Anche chi non dovrebbe, si difende.
Le cancellate sul sagrato della cattedrale di San Marco, le inferriate che isolano il piazzale antistante la chiesa di Santa Maria Goretti, e adesso anche la prospettiva di un altro sacrificio, quello di privare i cittadini dell’accesso nel piazzale Araldo Di Crollalanza, il giardino contenuto nel ferro di cavallo di Palazzo Emme. Ragioni di sicurezza.
Ma quale posto è più sicuro di un presidio provinciale della Guardia di Finanza, di una Questura o di una caserma dei carabinieri, sorvegliate giorno e notte? Davvero servono le inferriate? Asserragliarsi dietro una barriera in ferro può rinforzare la difesa di un luogo, ma non costituisce un baluardo per la difesa dell’ordine pubblico, e nemmeno cancella le immagini della miseria che ci circonda.
Le inferriate servono soltanto a dividere, a tenere alla larga un problema, confinandolo fuori, all’esterno, allontanandolo. Niente senzatetto distesi al riparo del colonnato di una chiesa, niente adolescenti seduti sugli scalini di accesso a una sede istituzionale a condividere una birra o uno spinello. Li vedremo due passi più avanti, meno appartati, dunque più esposti, più visibili, più riconoscibili. Più fragili.
La città senza voce non trova le parole per affrontare se stessa. Nemmeno il coraggio.
