Non c’è solo un fenomeno culturale dietro ai cavalli delle famiglie criminali del clan Di Silvio, perché continuano a inseguire i successi nelle gare clandestine di trotto che si svolgono quasi sempre nelle zone periferiche, da una città all’altra del basso Lazio. Lo rivelano i contenuti condivisi dai giovani latinensi, compreso Ferdinando detto Pescio, finito in carcere per il coinvolgimento nell’omicidio di Ibraihm Dibba, del quale è indiziato un suo parente sedicenne.
Alcuni filmati sono stati pubblicati da un nipote del potente boss Giuseppe Di Silvio detto Romolo, fratello del nonno di Pescio, quindi zio di suo padre che è Costantino Patatone Di Silvio. Parliamo di due figure emblematiche, entrambi detenuti per l’omicidio di Fabio Buonamano del 2010. Non è chiaro quando si sia disputata la gara clandestina, ma i video sono stati messi sui social network il 29 aprile scorso e sono stati girati in un periodo compatibile con la data di pubblicazione, perché tra le persone riprese, oltre allo stesso Pescio, c’è anche Carmine Di Silvio, altro fratello di Romolo, scarcerato nell’estate dello scorso anno dopo quasi quindici anni di reclusione per i fatti del 2010.
I video della gara clandestina sono stati condivisi con orgoglio perché in quell’occasione ha prevalso il cavallo delle famiglie di Latina. Non è chiaro chi fossero i rivali dei latinensi, ma dalle riprese si capisce che la competizione tra i due cavalli si è svolta sull’asfalto dello stradone che costeggia la zona industriale di Mazzocchio, nel territorio comunale di Pontinia.
Una questione di blasone, certamente, ma anche di introiti derivanti dalle scommesse che le famiglie fanno tra di loro in occasione delle gare di trotto. Dopo tutto è con questo scopo che acquistano i cavalli, tutti provenienti dal mondo delle gare, solitamente scelti tra quelli che le scuderie mettono a riposo a fine carriera. Va da sé che tra gli zingari sia ancora centrale la ricerca dei cavalli più competitivi. In questo contesto sembra inquadrarsi anche il tentativo, trapelato agli atti dell’inchiesta dell’omicidio, di danneggiare una famiglia rivale commissionando al gambiano di 27 anni l’incendio di un cavallo vivo. In ogni caso non è dato sapere se l’incendio poi abbia sortito l’effetto chiesto da chi l’ha commissionato.