Case di Comunità, quattro inaugurazioni e una sanità ancora da rafforzare

Il 7 settembre l'inaugurazione di quattro presidi. Un investimento che punta a cambiare la sanità territoriale, ma che riapre un interrogativo

Il 7 settembre sarà il giorno delle Case della Comunità nel basso Lazio. Il presidente della Regione Lazio e assessore alla Sanità, Francesco Rocca, sarà impegnato in un vero e proprio tour istituzionale tra quattro Comuni: alle 11 il taglio del nastro a Sperlonga, alle 11.50 a Terracina, alle 12.40 a San Felice Circeo e alle 13.20 a Sabaudia.

Un appuntamento che arriva a conclusione di un percorso inserito nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e destinato, nelle intenzioni, a cambiare il modo in cui i cittadini accedono alle cure sul territorio. Il progetto nazionale prevede infatti la realizzazione di almeno 1.350 Case della Comunità attraverso un investimento di 2 miliardi di euro nell’ambito della Missione 6 del PNRR.

L’idea alla base del progetto è chiara: creare presidi di prossimità nei quali concentrare medicina generale, infermieristica di famiglia e di comunità, prestazioni ambulatoriali, prevenzione, screening, presa in carico delle cronicità e assistenza alle persone fragili. Un sistema che dovrebbe intercettare i bisogni prima che questi arrivino alle porte degli ospedali e, di conseguenza, contribuire anche a ridurre la pressione sui pronto soccorso.

Sulla carta, dunque, un modello difficile da contestare. Ma è proprio passando dalla carta alla realtà che emergono le prime domande.

La prima riguarda una questione tutt’altro che secondaria: era questa la priorità della sanità del territorio?

Perché mentre si inaugurano nuove strutture, gli ospedali continuano a rappresentare uno dei punti più delicati del sistema sanitario. A Terracina, così come in altri presidi della provincia di Latina, non mancano le segnalazioni e le criticità legate ai tempi di attesa, all’accesso alle visite e agli esami e alla pressione sui servizi ospedalieri. Il Pronto Soccorso del Fiorini, in particolare, è spesso al centro delle lamentele dei cittadini per le attese e per le difficoltà che accompagnano l’accesso alle prestazioni.

E allora la domanda diventa inevitabile: sarebbe stato più utile destinare una parte di queste risorse al potenziamento degli ospedali già esistenti? Più personale, più strumenti diagnostici, più posti disponibili, tempi di attesa ridotti e servizi capaci di rispondere con maggiore rapidità alla domanda dei cittadini?

Non si tratta di mettere in contrapposizione ospedale e territorio. Anzi, il principio delle Case della Comunità nasce proprio dalla necessità di creare un sistema nel quale il cittadino non debba rivolgersi all’ospedale per ogni esigenza sanitaria. Ma perché questo meccanismo funzioni, entrambe le gambe del sistema devono essere solide: il territorio deve essere realmente operativo e gli ospedali devono poter continuare a garantire le prestazioni per le quali sono chiamati a rispondere.

Ed è qui che arriva il secondo interrogativo, forse ancora più importante: chi lavorerà all’interno di queste strutture?

Il rischio è che l’inaugurazione dell’edificio finisca per coincidere con l’inaugurazione di un contenitore privo, almeno in parte, delle risorse umane necessarie a farlo funzionare. Medici, infermieri, specialisti, personale amministrativo e tutte le altre figure necessarie non possono essere considerati un dettaglio successivo all’apertura di una struttura sanitaria.

Il tema è talmente centrale che anche il percorso avviato dall’Asl di Latina a Gaeta per la formazione dei volontari del Terzo Settore finisce inevitabilmente per alimentare una riflessione. L’obiettivo dichiarato è quello di costruire una collaborazione tra Asl, Comuni e associazioni, valorizzando il volontariato nell’orientamento ai servizi, nella mediazione e nell’integrazione sociosanitaria.

La stessa Asl, però, precisa che il volontariato non deve essere considerato sostitutivo del lavoro professionale. Ed è proprio questa precisazione a rendere ancora più evidente il punto: una Casa della Comunità può funzionare soltanto se dietro le mura esistono professionisti, servizi e risorse adeguate.

C’è poi una questione che riguarda il passato e che meriterebbe di essere chiarita. Le Case della Comunità rappresentano infatti l’evoluzione del modello delle precedenti Case della Salute, nate con l’obiettivo di rafforzare l’assistenza territoriale. Il nuovo investimento PNRR ripropone dunque, con un modello organizzativo aggiornato e standard nazionali, una filosofia che la sanità aveva già sperimentato.

Ed è proprio questo a lasciare spazio a un’altra domanda: cosa non aveva funzionato allora e cosa dovrebbe essere diverso oggi?

Se il problema della sanità territoriale era già stato individuato anni fa, perché oggi è stato necessario ripartire con nuovi investimenti e nuove strutture? E soprattutto, questa volta ci saranno le condizioni per farle funzionare davvero?

Il 7 settembre si taglieranno quattro nastri in poche ore. Sarà sicuramente un momento importante dal punto di vista istituzionale e un segnale della volontà della Regione di rafforzare la sanità territoriale.

Ma il vero bilancio non sarà quello del giorno dell’inaugurazione.

Sarà quello che arriverà nei mesi successivi: quando bisognerà verificare quanti servizi saranno realmente disponibili, con quali orari, con quali professionisti e con quali tempi di accesso. Perché una struttura sanitaria non si misura soltanto dai milioni investiti per ristrutturarla o dal nastro tagliato davanti alle telecamere. Si misura dalla capacità di rispondere, concretamente, a chi ha bisogno di cure.

E allora la domanda resta: le Case della Comunità rappresentano finalmente la svolta di cui la sanità territoriale aveva bisogno oppure rischiano di diventare un altro investimento importante sulla carta, mentre gli ospedali continuano ad aspettare personale, risorse e risposte?

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Chiara D’Ambrosio
Chiara D’Ambrosio
Chiara D’Ambrosio, 21 anni, ha conseguito la maturità nel 2023 presso il Liceo delle Scienze Umane “Leonardo da Vinci” di Terracina. Attualmente è studentessa universitaria presso l’Università Roma Tre, dove frequenta il corso di Scienze della Comunicazione con indirizzo giornalistico. Si sta formando nel campo del giornalismo, collaborando con la Redazione di Latina News e maturando esperienza nella scrittura e nell’informazione.

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