Il processo a carico del Consigliere regionale Enrico Tiero sarà comunque celebrato, è stata anche fissata la data della prima udienza il prossimo 3 giugno, ma non è ancora detta l’ultima parola sul reato del quale dovrà rispondere.
È quanto emerge dalle motivazioni, pubblicate ieri, con le quali la Suprema Corte di Cassazione aveva accolto parte del ricorso formulato dall’avvocato Pasquale Cardillo Cupo, che difende Tiero insieme all’avvocato Angelo Fiore, annullando la decisione con la quale il Tribunale del Riesame confermava l’ordinanza cautelare emessa nei confronti del politico latinense, tuttora agli arresti domiciliari.
Proprio come chiesto dalla difesa, una nuova sezione del Riesame dovrà prima di tutto valutare di nuovo il caso per stabilire se debba essere ipotizzato il reato di corruzione, oppure il traffico di influenze. Inoltre sarà necessaria una nuova valutazione sulle esigenze cautelari.
In sostanza la Suprema Corte chiede ai giudici del Riesame di soppesare le condotte contestate a Tiero dall’inchiesta della Procura di Latina, per verificare se sussista l’ipotesi del patto corruttivo ravvisato dalla pubblica accusa, ovvero valutare il peso della sua interferenza nei procedimenti amministrativi che il politico avrebbe cercato di condizionare per favorire gli imprenditori con i quali era in contatto, alla luce del fatto che i favori da lui promessi non rientravano tra i suoi poteri e tra le sue competenze in Regione e in un caso riguardavano una procedura comunale.
Ciò tenendo conto del fatto che comunque la giurisprudenza ha escluso la necessità che l’accordo corruttivo abbia ad oggetto esclusivamente l’esercizio di una delle funzioni o dei poteri tipici del pubblico ufficio ricoperto, attribuendo rilievo anche a condotte che si risolvano in una “ingerenza, anche di fatto” sull’esplicazione della pubblica funzione, come osservano i giudici, precisando: «Laddove l’atto che si ritiene condizionato dal mercimonio non rientri tra le competenze ‘tipiche’ dell’ufficio ricoperto dal pubblico ufficiale, è allora necessario chiarire in quale modo la posizione funzionale attribuisca al pubblico ufficiale una capacità di ingerenza nelle altrui competenze».
La sentenza entra nel merito. «Ne discende che l’ordinanza impugnata risulta viziata – scrivono i giudici della Suprema Corte nella motivazione – essa non chiarisce in che cosa sia consistita l’influenza che Enrico Tiero, in quanto pubblico ufficiale e utilizzando i propri poteri o le proprie funzioni e non facendo valere solo il proprio ruolo di esponente politico, ha di fatto esercitato o tentato di esercitare sui singoli procedimenti amministrativi rispetto ai quali egli non aveva competenze dirette. Tantomeno, è chiarito come il ruolo rivestito in Regione Lazio da Tiero abbia avuto o potesse avere un’influenza di fatto sul procedimento amministrativo di competenza di un’amministrazione comunale… È dunque necessario chiarire il ‘come’ la pubblica funzione abbia consentito al pubblico ufficiale Tiero di ingerirsi ‘di fatto’ nell’esercizio degli altrui poteri o delle altrui funzioni. Si tratta di operazione delicata, quanto necessaria – si legge ancora nella motivazione – Ciò è necessario, soprattutto, nel contesto di enti che, come le regioni, hanno attualmente competenze estremamente estese e diversificate e con riferimento ai titolari di pubbliche funzioni elettive; rispetto a questi ultimi, peraltro, è necessario non sovrapporre la capacità di influenza che deriva loro dalla pubblica funzione rivestita, rispetto a quella che consegue al mero fatto di essere investiti di un ruolo all’interno di un movimento politico».
Infine sulle esigenze cautelari, la Suprema Corte ha ravvisato la carenza di motivazione dei giudici del Riesame sull’attualità del pericolo di reiterazione del reato, tenendo conto che i fatti contestati risalgono al 2023 ed erano trascorsi due anni nel momento in cui il Tribunale di Latina ha disposto la misura restrittiva degli arresti domiciliari per il Consigliere regionale.
«I giudici di merito avrebbero dovuto offrire una motivazione rafforzata – si legge ancora nella motivazione – utile a spiegare perché sia indispensabile applicare una misura cautelare di natura custodiale a distanza di due anni, nel corso dei quali non risulta che il ricorrente abbia commesso ulteriori episodi illeciti, benché inserito nel medesimo contesto in cui avrebbe violato la legge penale, per “recidere la fitta rete relazionale tessuta” dal ricorrente e, quindi, “ogni rapporto del medesimo con altri soggetti istituzionali ed imprenditori del territorio”». Non adeguatamente motivato, allo stesso modo, il rischio di inquinamento probatorio.
Il caso quindi torna al collegio dei giudici del Tribunale del Riesame di Roma, che dovrà pronunciarsi entro i limiti fissati dalla Suprema Corte di Cassazione.