Secondo i magistrati che hanno disposto i fermi per i principali indiziati, l’omicidio di Ibrahim Dibba è aggravato dai futili motivi, ma è maturato comunque in un contesto di spaccio e di consumo di stupefacenti, principalmente crack. La stessa droga che la vittima, il gambiano di 27 anni, acquistava con cadenza quasi quotidiana, praticamente ogni giorno proprio dagli stessi Di Silvio che lo hanno ucciso. Anzi, tra le accuse rivolte ai fermati, in particolare al sedicenne ritenuto l’autore dell’omicidio e al parente che lo spalleggiava, Ferdinando Di Silvio detto Pescio, c’è proprio la cessione di una dose di stupefacente alla vittima un’ora prima dell’agguato, o meglio alla sua compagna che l’aveva acquistata per lui.
A riferire questi particolari è stata proprio la donna, precisando che spesso accompagnava Ibrahim Dibba presso i palazzi popolari gemelli di via Pionieri della Bonifica per acquistare la droga. Secondo quando ha spiegato la donna, in quella zona di Campo Boario lo spaccio veniva gestito proprio dal sedicenne ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio, potendo contare su altri pusher al suo servizio. E l’omicidio sarebbe maturato proprio in questo contesto criminale. Perché la vittima solitamente acquistava droga in contanti, oppure accettava di commettere alcuni reati per conto dei Di Silvio, con l’obiettivo di farsi ripagare proprio con la droga.
La donna ha rivelato di avere acquistato 20 euro di crack per il compagno, dallo stesso sedicenne che poi lo ha ucciso, anche la stessa sera dell’omicidio, e di essersi rivolta lei al pusher perché il compagno le aveva confidato di avere avuto problemi, con i Di Silvio, la sera prima. In quel momento, a un’ora dalla sua uccisione, il gambiano aveva rivelato alla compagna quello che poi si è rivelato essere il movente dell’omicidio. Perché la notte prima Ibrahim Dibba si era recato ai palazzi gemelli per farsi pagare un lavoro sporco che aveva fatto per i Di Silvio: chiedeva droga o in alternativa soldi. Ma il sedicenne non gli aveva voluto riconoscere quel credito e il gambiano, per tutta risposta, lo aveva colpito al volto con uno schiaffo.
Secondo quanto riferito dalla donna in merito al racconto della vittima, il pusher adolescente aveva schiaffeggiato a sua volta lo straniero, poi aveva esploso alcuni colpi di pistola verso di lui, senza colpirlo. Ma quel gesto è rimasto come un affronto, che ha montato la sete di vendetta dei Di Silvio. Questi ultimi hanno poi compiuto la leggerezza di organizzare un agguato, l’indomani, mettendosi fin troppo in mostra. Contando su una serie di giovani coinvolti a vario titolo nell’inchiesta, l’omicida e i suoi spalleggiatori, durante il pomeriggio precedente all’omicidio avevano cercato il gambiano a lungo nel quartiere dell’ex Villaggio Trieste, ma soprattutto si erano spostati con un’auto Kia Picanto noleggiata a nome di una loro parente trentenne, il cui compagno tra l’altro avrebbe preso parte alle fasi preparatorie dell’agguato e per questo risulta indagato.