Sala Manzù, la nota delle Commissarie riapre il giallo dell’intitolazione del 1991: gli unici atti formalmente individuati riguardano l’intero edificio della Biblioteca, la Sala Ragazzi e, dal 2026, la Sala Maggiore. Ma resta una domanda: esiste davvero un provvedimento del 1991 che intitolava la sala a Giacomo Manzù?
La questione, a questo punto, dovrebbe essere affrontata esclusivamente sul terreno degli atti amministrativi. Perché è proprio la documentazione ufficiale a offrire una chiave di lettura diversa rispetto a quella che, nelle ultime settimane, si è fatta strada nel dibattito pubblico sull’intitolazione della Sala Maggiore della Biblioteca comunale Manzù.
La Commissione Straordinaria, con una nota diffusa nelle scorse ore, ha infatti messo nero su bianco la propria ricostruzione: la Sala Maggiore non sarebbe mai stata formalmente intitolata a Giacomo Manzù prima della deliberazione n. 29 del 15 aprile 2026, con la quale è stata dedicata all’architetto Aleardo Nardinocchi.
Una precisazione che arriva dopo le polemiche e dopo la diffusione della notizia secondo cui il nome di Manzù sarebbe stato cancellato dalla biblioteca.
Non è così, spiegano le Commissarie. E lo chiariscono senza ambiguità: Manzù resta il nome dell’intero edificio della biblioteca, mentre la nuova denominazione riguarda esclusivamente la maggiore delle sale conferenze.
La ricostruzione delle Commissarie poggia su tre atti precisi.
Il primo è la deliberazione del Consiglio comunale n. 64 del 28 novembre 2011, con la quale venne formalizzata l’intitolazione dell’intero edificio della Biblioteca comunale al maestro Giacomo Manzù.
Il secondo è la deliberazione della Giunta comunale n. 36 del 25 febbraio 2021, relativa all’ex Sala Ragazzi, intitolata al concittadino Roberto Fiorentini.
Il terzo è, appunto, la deliberazione n. 29 del 15 aprile 2026 della Commissione Straordinaria, assunta con i poteri della Giunta, con la quale la Sala Maggiore viene dedicata ad Aleardo Nardinocchi, lasciando invariata l’intitolazione dell’immobile a Manzù.
Fin qui, dunque, tutto sembrerebbe lineare, ma allora che cosa accadde nel 1991? È questa la domanda che rimane sul tavolo.
Perché per anni la Sala Maggiore è stata associata al nome di Manzù? E soprattutto: esiste un atto ufficiale del 1991 che ne dispose l’intitolazione?
La questione è tornata d’attualità anche dopo l’intervento di Rosina Sartori, vedova dell’ex sindaco Meddi, che proprio ieri aveva escluso che l’intitolazione del 1991 fosse avvenuta senza un provvedimento ufficiale.
La dichiarazione, letta alla luce della nota diffusa oggi dalla Commissione Straordinaria, assume quindi un peso particolare.
Le Commissarie affermano infatti che, «al di là di individuazioni ufficiose al Maestro Giacomo Manzù», presenti su diversi documenti pubblici ma «puntualmente senza un’esatta indicazione del provvedimento di intitolazione», gli unici atti formali rintracciabili sono quelli del 2011 e del 2021.
Una frase che non dimostra, di per sé, che un atto del 1991 non sia mai esistito. Dice però qualcosa di molto preciso: agli atti individuati dall’amministrazione non risulta un provvedimento formale che abbia attribuito alla Sala Maggiore il nome di Manzù.
Ed è qui che la vicenda necessita di un ultimo, semplice passaggio: mostrare quell’atto, se esiste.
Perché c’è poi un secondo interrogativo, altrettanto interessante.
Se nel 1991 la Sala Maggiore fosse stata realmente e formalmente intitolata a Giacomo Manzù, quale sarebbe stata la ragione, vent’anni dopo, di deliberare l’intitolazione a Manzù dell’intero edificio?
Una sala già intitolata all’artista e, successivamente, l’intero complesso bibliotecario dedicato allo stesso artista: una scelta che potrebbe avere una spiegazione amministrativa e istituzionale, ma che certamente meriterebbe di essere ricostruita.
Al contrario, se l’intitolazione del 1991 non fosse mai stata formalizzata, la deliberazione del 2011 assumerebbe un significato completamente diverso: sarebbe il primo atto ufficiale individuato con cui il Comune attribuisce formalmente il nome di Manzù alla struttura.
Ed è proprio questa differenza che oggi conta. Non è una questione di suggestioni.
La Commissione Straordinaria, nella sua nota, richiama anche la legge n. 1188 del 1927 e le circolari del Ministero dell’Interno sulla competenza in materia di intitolazioni, sostenendo la piena legittimità della deliberazione del 2026.
Ma al di là dell’aspetto giuridico, sul quale spetterà eventualmente agli esperti pronunciarsi, resta una questione prettamente documentale.
Qual è, però, l’atto del 1991? Non un ricordo. Non una consuetudine. Non una denominazione comparsa su qualche documento. Non una targa, se non accompagnata dal relativo provvedimento.
Perché è proprio questo che consentirebbe di chiudere definitivamente la vicenda.
Se quell’atto esiste, sarà sufficiente acquisirlo e leggerlo: si potrà così verificare che cosa venne effettivamente intitolato, con quale formulazione e da quale organo.
Se invece quell’atto non verrà fuori, la ricostruzione della Commissione Straordinaria troverà un elemento di ulteriore conferma: la Biblioteca è formalmente dedicata a Manzù dal 2011, mentre la Sala Maggiore, fino alla deliberazione del 2026, non aveva una formale intitolazione propria.
A quel punto rimarrebbe comunque da spiegare perché il nome di Manzù sia stato associato per così tanto tempo alla sala.
È una distinzione tutt’altro che secondaria. Ed è probabilmente il modo più serio per mettere fine alla polemica: non con le suggestioni, non con gli scontri sui social e nemmeno con le interpretazioni personali, ma tirando fuori gli atti.
Perché, alla fine, in questa vicenda c’è una domanda alla quale dovrebbe essere possibile dare una risposta estremamente semplice: dov’è la delibera del 1991 che intitola la Sala Maggiore a Giacomo Manzù?
Aprilia – Manzù, riaperto il giallo dell’intitolazione del 1991
La Commissione Straordinaria chiarisce: gli unici atti formalmente individuati riguardano l’intero edificio della Biblioteca e la Sala Ragazzi
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