L’approvazione unanime da parte del Consiglio comunale di Latina ha consentito al sindaco, e ai due assessori che hanno competenza sulle materie relative alla gestione del litorale, di salutare con largo uso di aggettivi e grande dispendio di fantasia l’approvazione del nuovo Piano di Utilizzazione degli Arenili, definito “strumento strategico”, “concertato attraverso una visione d’insieme”, “capace di garantire un equilibrio virtuoso tra sviluppo turistico e tutela ambientale”.
Cosa cambierà nello scenario ancora deprimente della porzione antropizzata del lungomare di Latina, quella che si estende da Capoportiere e Foce Verde? Ci saranno quattro ulteriori concessioni demaniali per consentire l’installazione di quattro nuove strutture ricettive, cioè stabilimenti balneari, che porteranno così a 32 il numero complessivo di strutture presenti nei 4 chilometri di spiaggia compresa tra Capoportiere e Foceverde.
Una media di uno stabilimento ogni 125 metri, anche se non è proprio così, perché in alcuni punti del litorale ci sono anche tre stabilimenti posizionati uno dopo l’altro, con un’estensione complessiva di almeno trecento metri. Ciò nonostante, nella comunicazione ufficiale sulle meraviglie del nuovo PUA, si insiste in abbondanza sul rispetto della quota di litorale destinata alla libera fruizione. Non è una bugia, ma è una trappola. Ecco perché.
Il litorale di competenza del Comune di Latina si estende per circa 13 chilometri complessivi, da Rio Martino, al confine con Sabaudia, fino al fiume Astura, al confine con Nettuno. Nei circa quattro chilometri tra Rio Martino e Capoportiere, non ci sono residenze e nemmeno stabilimenti, e dunque la libera frazione della spiaggia è d’obbligo. Lo stesso accade per il tratto di circa cinque chilometri compreso tra Foce Verde e Torre Astura, peraltro soggetto a competenza militare e fruibile soltanto nei mesi di luglio, agosto e metà settembre. Il problema si concentra tutto nel tratto Capoportiere-Foceverde, l’unico caratterizzato da una forte presenza edilizia e nei mesi estivi frequentato da decine di migliaia di persone che risiedono sulla Marina.
Trentadue stabilimenti balneari con una estensione lineare media di un centinaio di metri ciascuno occupano almeno tre chilometri di spiaggia, lasciando alla libera fruizione soltanto un chilometro di litorale, il 25% del totale su quel tratto. La proporzione si ribalta quando a quel chilometro vengono aggiunti gli altri nove “liberi” a destra e a sinistra del tratto urbanizzato e antropizzato. Ma il risultato è che lo spazio libero dove ci sono le case non è sufficiente a sostenere il carico di presenze dei residenti che non possono permettersi di prendere in affitto ombrellone e sdraio in uno stabilimento. Così la città di divide in due: da una parte chi frequenta gli stabilimenti tra Capoportiere e Foceverde, e dall’altra chi va in cerca di un fazzoletto di spiaggia libera verso Rio Martino o a Sabaudia.
Un fenomeno spontaneo che si è venuto a determinare negli anni successivi alla comparsa degli stabilimenti balneari: in che modo il PUA appena adottato interviene per riequilibrare l’occupazione demaniale degli stabilimenti balneari? Nessuno. Perché a nessuno viene in mente di distribuire gli stabilimenti nell’intero tratto Foce Verde – Rio Martino. E’ anche semplice intuirne la ragione: nel tratto prospiciente il Lago di Fogliano, sottoposto all’influenza del Parco Nazionale del Circeo, non si può fare musica durante le ore notturne, per non compromettere l’equilibrio naturalistico dei luoghi. E dal momento che a Latina gli operatori balneari che hanno una concessione demaniale per esercitare esclusivamente l’attività ricettiva diurna legata alla fruizione della spiaggia, usufruiscono, non si sa perché, di una deroga concessa dal Comune per trasformarsi in locali notturni durante la notte, ecco spiegata la resistenza dei balneari e della loro associazione a qualsiasi modifica dell’organizzazione esistente.
Così, mentre da un lato si riesce a tutelare l’equilibrio della natura, dall’altro si disprezza l’equilibrio di cittadini costretti a convivere con la musica ad alto volume fino a tarda notte, grazie alla possibilità extra concessoria data agli stabilimenti balneari di poter organizzare serate di intrattenimento. Così, da anni, il Comune di Latina anziché dalla parte dei cittadini, è schierato senza se e senza ma dalla parte di un ristretto gruppo di operatori balneari, in nome del principio secondo cui un discutibile diritto di esercitare attività non previste e dunque non consentite prevale sul diritto dei cittadini di vivere il mare d’estate come luogo di relax e di ristoro.