Dal 2004 ancora non si è risolto il contenzioso tra un autosalone di Latina e un cliente, che gli ha venduto una Porsche Boxster, sul pagamento della vettura in seguito al passaggio di proprietà ratificato con una scrittura privata autenticata.
Da ventidue anni infatti le parti sono in causa per il mancato trasferimento della somma pattuita di 25.000 euro e sarà necessario un nuovo processo in Corte d’Appello per definire i costi della causa. Lo ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione accogliendo il ricorso del privato che rivendica il pagamento del denaro.
Il vecchio proprietario della macchina aveva venduto la Porsche all’autosalone e in cambio aveva ottenuto sei assegni per la copertura della somma stabilita per la cessione, pari appunto a 25.000 euro. Il cliente però aveva fatto causa alla rivendita che aveva acquistato la sua vettura, sostenendo che le firme di girata sugli assegni erano false, come stabilito da una perizia tecnica grafologica. Tant’è vero che il Tribunale di Latina gli aveva dato ragione condannando l’autosalone al pagamento della vettura. Quest’ultimo però si era visto accogliere il ricorso successivo dalla Corte d’Appello di Roma, perché i giudici di merito avevano riconosciuto che il pagamento era stato provato al momento del passaggio di proprietà col certificato che comunicava al pubblico registro automobilistico l’avvenuta cessione, di fatto estinguendo l’obbligazione al di là della legittimità degli assegni.
Il privato che aveva venduto la Porsche ha impugnato la sentenza di secondo grado, ricorrendo alla Corte di Cassazione che gli ha dato ragione, ritenendo che la dichiarazione sottoscritta al momento del trasferimento della proprietà dell’auto non può essere ritenuto un atto formale tra creditore e debitore, ma è solo una comunicazione necessaria per aggiornare il pubblico registro. Quindi i giudici della Suprema Corte hanno cassato la sentenza e rinviato gli atti alla Corte d’Appello, anche per determinare le spese di giudizio.