Per chi affronta un tumore del colon-retto, muoversi con regolarità può fare una differenza concreta nella vita di tutti i giorni. In particolare, una semplice abitudine come la camminata è associata a una riduzione significativa dell’affaticamento legato alla malattia e a un miglioramento generale della qualità di vita. A confermarlo è uno studio presentato di recente al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO GI), dedicato ai tumori dell’apparato digerente.
La ricerca ha coinvolto oltre 1.700 pazienti seguiti per due anni dopo la diagnosi e ha messo in luce un aspetto fondamentale: esiste un momento “chiave” in cui intervenire. È il primo anno dopo la diagnosi, e in particolare il periodo successivo alla fine della chemioterapia. Chi riesce a mantenere in questa fase un’attività fisica costante ottiene benefici che tendono a durare anche negli anni successivi.
Che cos’è la fatigue oncologica
La cosiddetta “fatigue” è uno dei disturbi più frequenti e difficili da gestire nelle persone con una malattia oncologica. Non si tratta di una semplice stanchezza che passa con il riposo, ma di una sensazione persistente di spossatezza fisica, mentale ed emotiva, capace di limitare in modo importante la vita quotidiana.
Nel tumore del colon-retto – che in Italia conta circa 50 mila nuovi casi ogni anno – questo problema riguarda molti pazienti, sia durante le cure sia a distanza di tempo dalla fine dei trattamenti. Per alcuni, la fatigue rappresenta uno degli ostacoli principali nel ritorno a una vita normale.
Le cause sono molte: la malattia in sé, gli effetti collaterali di chemioterapia e radioterapia, l’infiammazione cronica, i disturbi del sonno e anche il peso psicologico della diagnosi. Proprio per questo, controllare la fatigue è oggi una delle sfide più importanti nel percorso di cura e di recupero.
Per capire meglio quanto l’attività fisica possa aiutare, i ricercatori hanno analizzato i dati di 1.718 pazienti con tumore del colon-retto, arruolati nello studio internazionale ColoCare. Le persone coinvolte sono state seguite fin dal momento della diagnosi e monitorate per almeno due anni, con valutazioni a 6, 12 e 24 mesi.
In base ai valori ottenuti, i partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi: attività bassa, moderata e alta. Fatigue e qualità di vita sono state invece valutate con una scala standard usata in oncologia, la EORTC QLQ-C30.
I risultati sono stati particolarmente chiari nei pazienti con malattia non metastatica. In questo gruppo, la camminata è risultata l’attività più efficace nel ridurre l’affaticamento. Chi camminava con regolarità mostrava punteggi di fatigue significativamente più bassi, soprattutto nel primo anno dopo la diagnosi.
Le attività di intensità moderata o elevata hanno mostrato benefici soprattutto nel periodo successivo, a partire dal secondo anno. Ma il dato più interessante riguarda il “quando” si fa attività fisica.
Dallo studio emerge infatti che il livello di movimento mantenuto a 12 mesi dalla diagnosi – cioè, nella maggior parte dei casi, dopo la conclusione della chemioterapia – è il fattore che meglio predice una minore stanchezza e una migliore qualità di vita negli anni successivi. In sostanza, non è tanto importante quanto si è attivi all’inizio, ma quanto si riesce a rimanere attivi una volta finiti i trattamenti principali.
Nei pazienti con malattia metastatica, il legame tra attività fisica e benefici è apparso meno chiaro dal punto di vista statistico, probabilmente per il numero più ridotto di casi e per la maggiore complessità clinica. Su questo aspetto serviranno ulteriori studi.
Un’attività da adattare a ogni paziente
I ricercatori sottolineano che le indicazioni sull’esercizio fisico dovrebbero essere sempre personalizzate, tenendo conto dello stadio della malattia e del momento del percorso di cura. In questo senso, la camminata rappresenta la soluzione più semplice, sicura e accessibile, soprattutto nelle fasi in cui le energie sono ridotte.
Il primo anno dopo la diagnosi è un passaggio cruciale: è il periodo in cui spesso si concludono le terapie più pesanti e si può provare a ricostruire una routine. Chi riesce a inserire e mantenere l’abitudine al movimento proprio in questa fase sembra avere più probabilità di convivere meglio con la fatigue anche negli anni successivi.
Un possibile aiuto anche contro le recidive
Questi risultati si aggiungono a quanto emerso da un altro importante studio presentato nei mesi scorsi sempre all’ASCO. In quel caso è stato dimostrato che un programma strutturato di attività fisica dopo le cure standard è in grado non solo di migliorare il benessere, ma anche di ridurre il rischio di recidiva e aumentare la sopravvivenza nei pazienti con tumore del colon in stadio III o in stadio II ad alto rischio.
Un motivo in più per considerare il movimento non come un semplice “consiglio”, ma come una vera parte del percorso di cura e di recupero.