Domenica e lunedì seggi aperti: si vota per il referendum costituzionale sulla magistratura. La consultazione è di tipo confermativa, infatti ai cittadini verrà chiesto di esprimersi se sono a favore (Sì) o contrari (No) alla riforma della Costituzione.
I PRECEDENTI
Non è la prima volta che il corpo elettorale viene chiamato ad esprimersi su una riforma costituzionale che in Parlamento non ha ottenuto la maggioranza qualificata. Gli altri quattro casi si sono verificati tutti nel nuovo millennio con un sostanziale “pareggio” negli effetti: due riforme approvate e due bocciate.
Nel 2001 è stata la volta della tanto discussa Riforma del Titolo V. Una vera e propria rivoluzione per chiunque abbia mai studiato diritto pubblico o Costituzionale, con l’approvazione da parte del corpo elettorale, seppur con una percentuale bassissima di affluenza. Perché va ricordato che i referendum confermativi, a differenza di quelli abrogativi, non hanno bisogno di un quorum per essere considerati validi.
Poi, le due proposte di modifica della Carta con l’idea del centrodestra con la cosiddetta “Devolution” e del centrosinistra con la riforma “Renzi-Boschi“. La prima nel 2006 e la seconda nel 2016. Entrambe sono state bocciate.
Infine, c’è il taglio del numero dei parlamentari nel 2020 che ha visto i cittadini esprimersi con l’approvazione della proposta.
Prima ancora dell’entrata in vigore della Costituzione, siamo nel 1946, c’è stato il famoso referendum che gli esperti oggi giudicano come “istituzionale” per la scelta tra Monarchia e Repubblica. Un altro tempo e un’altra storia che meritano un approfondimento a parte.
L’AFFLUENZA NAZIONALE
Di per sé, i cittadini italiani che non sempre sono molto propensi a recarsi alle urne, soprattutto negli ultimi decenni e, a maggior ragione per consultazioni che, non riguardano di per sé le amministrative in cui si eleggono rappresentanze locali, hanno dimostrato una discreta partecipazione, ogni qual volta sono stati chiamati a scegliere sulla modifica della Costituzione. Il motivo principale è da rintracciare sicuramente nel dibattito politico e pubblico che si accende attorno alla modifica della Carta e, infatti, al netto della consultazione del 2001 con la Modifica del Titolo V, quando a livello nazionale andarono ai seggi appena il 34,05% degli aventi diritto, negli altri casi si è sempre superato il 50%. Questo, probabilmente, anche per via dei temi trattati dalle riforme. Quella del 2001 era sicuramente più tecnica e, forse, all’apparenza, meno di impatto nella vita dei cittadini. Nel 2006 con la riforma della “Devolution”, sono andati ai seggi il 52,46%. Nel 2016 con la riforma “Renzi-Boschi” addirittura 65,48%. E, anche il taglio dei parlamentari nel 2020 ha portato ai seggi il 51,12% degli italiani.
DIFFERENZE CON IL LAZIO
Nel territorio regionale? I numeri ci dicono la stessa cosa? Non proprio. In realtà, sia sull’indicazione di voto, ma anche sull’affluenza, la risposta immediata che arriva è che le percentuali del Lazio oscillano a seconda di quanto impatta in campagna elettorale la forte preponderanza storica di centrodestra nelle province fuori da Roma (con questa orientata storicamente nell’area più progressista) e, in particolar modo, in quelle del sud di Latina e Frosinone, sicuramente più popolose di Rieti e Viterbo.
Se nel 2001, ad esempio, la percentuale di affluenza è stata molto simile a quella nazionale con il 34,44%, è altrettanto vero che il “Sì” che nella circoscrizione Italia arrivò al 61,08%, a livello regionale raggiunse il 64,21%.
Anche nel 2006 i risultati mostrarono qualcosa di analogo con l’affluenza di Italia+Estero al 52,46% e quella del Lazio al 53,61%. Con un dato per il “No” (che vinse) con un margine di quasi 4 punti percentuali tra Italia e Lazio (61,29% contro il 65,50%).
Cifre completamente in controtendenza nelle altre due consultazioni: Nel 2016, infatti, votò più gente nel Lazio 69,16% rispetto al dato Italia+Estero 65,48%, con una differenza sostanziale anche sulle cifre di favorevoli e contrari. Il “No” che vinse a livello generale ottenne il 65,48%, mentre nel Lazio arrivò addirittura al 69,16%.
Stessa cosa nel 2020 con il taglio dei parlamentari quando, pur con un’affluenza notevolmente più bassa nel Lazio (45,68% a fronte del 51,12%) il “Sì” definitivo a livello nazionale fu del 69,96% a fronte del 65,86% del Lazio.
I DATI IN PROVINCIA
Come è stato anticipato le province di Latina e Frosinone sembrano non rispettare mai (o quasi) l’andamento nazionale, confermando un trend spesso in controtendenza, ma abbastanza simile tra loro.
Nella consultazione del 2001, ad esempio, in terra pontina e ciociara le percentuali di affluenza furono pressoché identiche (28,43% contro 28,30%), mentre cambiò, seppur in modo limitato, l’espressione del corpo elettorale verso il “Sì”. In provincia di Latina arrivò al 53,64%, mentre in quella di Frosinone al 55,63%.
Andamento analogo nel 2006: affluenza di poco sotto il 50% in entrambe le province (49,96% Latina, 49,50% Frosinone), ma netta differenza sull’espressione verso la riforma: il “No”, infatti, in terra ciociara arrivò anche al 61,44% in linea con le cifre nazionali, mentre in quella pontina non arrivò neppure al 55% (precisamente 54,68%).
Proseguendo, troviamo una situazione fotocopia nel 2016 quando a fronte di un’affluenza analoga (67,18% Latina e 67,20% Frosinone), il “No” si è assestato oltre il 68% (68,67% Latina e 68,09% Frosinone).
Infine, ma non certo da ultimo, troviamo qualche lieve differenza nella consultazione del 2020, quando in provincia di Latina votarono in meno persone (46,15%) rispetto a quella di Frosinone (48,18%) con una discrepanza direttamente proporzionale alla posizione dei “Sì” 72,41% in provincia di Latina, contro quella del frusinate 75,20%.
IL CASO 1946
Il referendum monarchia-repubblica merita un’attenzione diversa sia per la discrepanza temporale (arriva ben cinquanta anni prima delle consultazioni di riforma della Carta), ma anche perché è molto specifico e allo stesso tempo di vitale importanza per anche per la volontà delle persone di partecipare alle votazioni e alla rinascita del Paese (sono ad esempio le prime elezioni nazionali in cui votano le donne, le prime dopo il regime e contestuali alla composizione dell’assemblea costituente).
Detto ciò, l’affluenza di quella tornata fu una delle più ampie di sempre: a livello nazionale si sfiorò il 90% (89,08%) con una vittoria della Repubblica con il 54,27% dei voti.
Nel Lazio (esclusa Rieti che si trovava in un’altra circoscrizione), l’affluenza fu più bassa (84,07%), ma il dato più interessante a livello regionale è il vantaggio della “Monarchia” al 51,01%.
Affluenza in linea con il livello regionale nelle due province di Latina e Frosinone (84,48% contro 85,96%) con un dato in netta controtendenza tra le due province adiacenti: il risultato dello spoglio. In terra pontina prevalse il modo abbastanza netto la “Repubblica” con l’54,89%, mentre in quella ciociara la “Monarchia” si è imposta con un più evidente 56,72%.
