La corsa al dibattito per accompagnare il percorso che separa la città dall’appuntamento con il Centenario del 2032 promette già dalle prime battute di risolversi nell’affannosa ricerca di un mito associato a una nozione di cui pare non si possa più fare a meno. Che siano imprenditori, sindacalisti, politici, amministratori, operatori culturali o della comunicazione, tutti costruiscono i rispettivi interventi attorno all’assunto che la comunità pontina debba trovare quello che ancora non possiede: un’identità.
Si dà per scontato che la città sia alla ricerca di qualcosa di solido e permanente, qualcosa che ci consenta di riconoscerci all’interno di un perimetro ben definito, che ci faccia sentire “noi”, e così facendo si trascura di considerare l’altra faccia della medaglia di questa moneta falsa che è l’identità, con la sua imposizione di confini, con la distinzione che impone tra noi e gli altri, con i suoi effetti collaterali che vietano alle donne islamiche di indossare il burka nei paesi dell’occidente evoluto, o che vieta l’esposizione del crocifisso nelle scuole italiane in nome del rispetto della fede religiosa dell’altro. Dividere, separare, mai fondere, mai andare oltre, mai osare: questa è la versione tossica del concetto di identità che impone, prima di tutto, confini solidi e ben riconoscibili.
Non è di questo che Latina ha bisogno, perché di confini ne ha fin troppi, e con quelli anche limiti che sembrano insuperabili, fino a fare della città un’isola e dei suoi cittadini una comunità di confinati, separata dalla metà buona del Paese e anni luce distante dall’’Europa. Quello che ci manca non è un’identità, nozione da non confondere con quella di cultura, ma piuttosto la consapevolezza di ciò che siamo e del tipo di messaggio che trasferiamo di noi all’esterno.
E proprio perché non disponiamo, forse per fortuna, di un marchio di fabbrica coerente e immediatamente riconoscibile, l’immagine che offriamo all’esterno corrisponde al carattere della parte culturalmente più rappresentativa della nostra comunità. E volendo orientarsi sul registro della cronaca e dei fatti, il panorama è sconfortante, perché la ragione sociale che ci distingue è quella di una cittadinanza che soffre di una esposizione cronica agli effetti devastanti di agenti che non riesce ad espellere né ad emarginare, siano essi gruppi di rom, imprenditori troppo svelti, politici corrotti, amministratori incapaci e tutto quello che ne consegue in termini di servizi insufficienti, strade impercorribili, luoghi infrequentabili e opportunità inesistenti per i giovani.
Se non si comincia a fare i conti con quello che siamo, adesso, qualsiasi dibattito rischia di rivelarsi tempo perso. E fare i conti con noi stessi, vuol dire anche regolare i conti con tutto ciò che non va e che è oggettivamente sbagliato.
È necessario, obbligatorio, trovare il coraggio di separare il grano dal loglio, emarginare dai circoli della politica i politici che sbagliano o che rubano, tenere fuori dai palazzi gli amministratori che danno prova di non saper amministrare, reclamare a gran voce gli spazi che ci vengono negati, imporre con i nostri comportamenti i modelli di vita e di convivenza ai quali aspiriamo.
Guardiamoci intorno: quasi tutto il territorio provinciale è esposto alle attenzioni di investigatori e magistratura, e molto probabilmente si tratta del contesto generale nel quale e con il quale è ora di cominciare a fare i conti, prima di perderci a rincorrere il miraggio di un’identità definita e ingannevole, anziché sforzarci di cogliere i segni del cambiamento costante e veloce cui siamo sottoposti e che ancora non riusciamo a controllare e a fare nostro guardando avanti, alla parte migliore di noi, ai nostri sogni, anche se illusori e irrealizzati.
