Il venditore di auto di lusso Alessandro Agresti non doveva essere arrestato. Lo ha stabilito in via definitiva la Suprema Corte di Cassazione che ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso presentato dalla Procura di Latina contro la decisione del Tribunale del Riesame che aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale pontino a carico dell’imprenditore quarantenne, assistito dagli avvocati Gaetano Marino e Massimo Frisetti.
La vicenda è quella finita al centro di un’indagine dei carabinieri che aveva portato il pubblico ministero Giuseppe Miliano a ipotizzare i reati di trasferimento fraudolento di beni e autoriciclaggio, ovvero ritenere che il venditore di auto avesse intestato società e beni alla moglie, al padre e a un collaboratore per aggirare eventuali misure di prevenzione patrimoniali. Il giudice per le indagini preliminari Paolo Romano aveva accolto questa tesi, adottando sia l’arresto che il sequestro preventivo di un patrimonio da nove milioni di euro con due provvedimenti distinti.
Un primo ricorso della difesa di Agresti al Tribunale del Riesame di Roma era stato accolto, con l’annullamento della custodia cautelare per tutti e quattro gli indagati. Ma non solo, perché il collegio penale capitolino aveva anche ravvisato che non sussistono i gravi indizi di colpevolezza, perché il giudice non ha motivato adeguatamente l’ipotesi posta alla base delle contestazioni.
Ovvero l’unico precedente penale, nel frattempo estinto, non è stato ritenuto utile per applicare la misura di prevenzione ad Agresti. Oltretutto i giudici gli hanno creduto quando, nel corso dell’interrogatorio, ha dichiarato che si era avvalso dei prestanome per evitare le conseguenze di alcuni contenziosi fiscali.
In attesa di conoscere le motivazioni della decisione presa dalla Corte di Cassazione, l’inchiesta sembra destinata a sgretolarsi.
