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Duplice tentato omicidio al Circeo, così la Cassazione ha confermato le prove contro Zof

La Suprema Corte ha depositato le motivazioni della sentenza che ha condannato definitivamente il 42enne di Latina per la sparatoria del 2016

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Fino all’ultimo grado di giudizio è stato un braccio di ferro incentrato sulla legittimità delle prove a carico di Alessandro Zof il processo per il duplice tentato omicidio a colpi di pistola di Roberto Guzzon e Alessio De Cupis sul lungomare di San Felice Circeo la notte del 6 marzo 2016. A distanza di dieci anni la Suprema Corte di Cassazione si è definitivamente pronunciata confermando il quadro probatorio, come emerge dalla motivazione depositate ieri della sentenza del 23 giugno che ha reso irrevocabile la pena di sei anni di reclusione per il 42enne di Latina rigettando il ricorso.

La difesa di Zof puntava a dimostrare il vizio di motivazione nella valutazione che la Corte d’Appello aveva compiuto all’esito del supplemento istruttorio compiuto nel processo di secondo grado. Ma soprattutto puntava a smontare il quadro probatorio, ritenendo ad esempio che non corrispondevano gli orari della ricostruzione dei fatti. Secondo quanto sostenuto dalla pubblica accusa sulla base dell’indagine della Polizia, quella notte Alessandro Zof si era vendicato per una lite avuta con una delle vittime, ma per farlo si era recato a Latina per recuperare una pistola e fare ritorno al Circeo dove aveva sparato ai due uomini.

Secondo la difesa il ferimento sarebbe avvenuto alle ore 2:25 di quella notte, quando Zof era ancora in auto secondo i tabulati che documentano i suoi movimenti. Secondo la Cassazione invece la Corte d’Appello ha argomentato correttamente la decisione di confermare la ricostruzione della Procura, che collocava il fatto alle ore 2:29 compatibilmente con la presenza in zona di Zof, perché dopo essersi recato a Latina il suo telefono agganciava di nuovo il ripetitore di via Mediana vecchia a San Felice alle 2:28 e alle 2:33 quello collocato alle spalle del locale dov’era avvenuta la lite. Alle 3:02 il telefono agganciava una cella a trenta chilometri dal Circeo, alle 3:40 restava a Latina.

La difesa ha cercato di ribaltare anche il riconoscimento di Zof compiuto dalle vittime, perché entrambe erano di spalle quando sono state ferite a colpi d’arma da fuoco ed era buio, perché si trovavano sul marciapiede antistante al locale dove c’era stata una festa e i protagonisti della vicenda avevano trascorso la serata e oltretutto perché quella sera non avevano litigato solo col 42enne di Latina. Ma per i giudici della Suprema Corte sono state ben motivate le valutazioni della Corte d’Appello, perché i due uomini feriti a colpi di pistola avevano riconosciuto Zof dall’abbigliamento e dalla corporatura, avendo avuto con lui una discussione animata. A riguardo la Cassazione ribadisce quando osservato sin dalla sentenza di primo grado, ovvero che gli investigatori della polizia, intervenuti nell’immediatezza, “avevano trovato le persone offese vigili e collaboranti, escludendo dunque anche la eventualità paventata dal consulente della difesa circa eventuali deficit di memoria”.

La Corte d’Appello aveva comunque riformato la condanna di primo grado a sette anni di reclusione, pronunciata con rito abbreviato dal giudice per l’udienza preliminare, perché Zof è stato assolto dal reato di ricettazione della pistola calibro 9×21 ed è intervenuta la prescrizione per il reato di porto illecito dell’arma e delle munizioni. I giudici di merito comunque avevano confermato il reato di tentato omicidio perché, sottolinea la Cassazione, “La Corte ha evidenziato la potenzialità lesiva dell’arma, la regione anatomica attinta, la distanza ravvicinata dalla quale erano stati esplosi i colpi, la reiterazione di questi ultimi”. Una delle vittime infatti era stata colpita alle cosce, con lesioni delle arterie femorali, mentre l’altra era stata in pericolo di vita e aveva riportato danni permanenti per le lesioni di arteria e vena femorale. Oltretutto uno dei proiettili aveva colpito il telefono che una delle vittime teneva nella tasca del giubbotto, dimostrando la direzione dello sparo verso il torace.

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