Combatte fin dalla nascita contro la malattia di Crohn, una patologia infiammatoria cronica che colpisce l’apparato digerente, eppure questa condizione non le ha impedito nella vita di realizzarsi, dare il massimo in ogni settore nel quale si è impegnata ed essere d’aiuto a quanti, come lei, lottano ogni giorno per ridurre i disagi derivanti dal malessere di cui soffre.
Valentina Tartaglia, abita ad Aprilia e lavora in uno studio tecnico; nel tempo libero si dedica con grande passione ai suoi hobby, che sono la pittura, la danza classica, i viaggi e la scrittura; grazie a quest’ultima è riuscita ad arrivare al cuore di chi vive le conseguenze della patologia che l’ha colpita, in particolare, ai bambini ai quali spiega come si convive con una malattia cronica, come affrontare il percorso con leggerezza.
Ha iniziato scrivendo su un blog, dedicato alle malattie croniche, raccontando la sua vita per poi fondare il “Sunflower Project”, nato per sensibilizzare e divulgare sulle malattie infiammatorie croniche intestinali; le domande delle persone che incontrava, curiose di sapere come avesse fatto a superare le difficoltà del morbo di Crohn, hanno ispirato Valentina nella ricerca di maggiori competenze, per poter essere utile agli altri mettendo a disposizione la sua esperienza.
Durante i periodi trascorsi per le degenze ospedaliere, gli interventi chirurgici e le cure, alle quali si è dovuta sottoporre, ha avuto sempre la forza e la serenità di essere vicino a chi soffriva come lei. Forte di questa consapevolezza, più potente di qualsiasi imbarazzo, Valentina ha avuto anche il coraggio di affrontare la questione più difficile, l’ aspetto forse più taciuto della sindrome che l’ha colpita: prendere atto che, soprattutto per una donna, è complicato accettare una condizione diversa di vita, in particolare nell’accettazione del proprio corpo, nell’apparire di fronte agli altri e al mondo esterno. Valentina è andata avanti, sollevando questo aspetto spinoso e avviando una campagna di sensibilizzazione nei negozi di abbigliamento, facendo passare il messaggio che i corpi sono molti e diversi e ognuno nasconde sotto i vestiti la propria storia.
Questo percorso l’ha portata a fondare l’Associazione Project MICI e Stomia che, attraverso una serie di iniziative, è divenuto un movimento intorno al quale nascono confronti, si condividono esperienze e, insieme, si lotta per il cambiamento. Il 27 febbraio 2026 è stata eletta presidente del Comitato del Terzo Settore – Rete di Aprilia, con l’obiettivo di dare forma a un sistema che faccia dialogare gli Enti del Terzo Settore e l’ amministrazione pubblica, in un momento in cui la città ha bisogno di visione e programmazione.
In un momento difficile e delicato, Valentina ha scelto ancora una volta di non tirarsi indietro di fronte alle difficoltà e di affrontare la vita a viso aperto.
- Rispetto alla malattia che l’ha colpita, in cosa si è sentita penalizzata per il fatto di essere una cittadina apriliana? Quali gravi mancanze ha realizzato ci fossero in una città di 80mila abitanti?
“Io non ho scoperto la mia malattia da adulta. Io ci sono nata. Il morbo di Crohn ha accompagnato tutta la mia crescita e mi ha fatto vivere, nel tempo, i limiti di un territorio non strutturato per chi cresce con una patologia cronica o una disabilità invisibile. Ad Aprilia il problema non è stato solo l’accesso ai servizi, ma la mancanza di continuità. Perché chi vive una malattia cronica non ha bisogno di interventi sporadici, ma di un percorso. Sono cresciuta adattandomi a un sistema che non era pronto ad adattarsi a me. E, soprattutto, non era pronto ad accogliere una disabilità invisibile, perché molto spesso ciò che non si vede non viene riconosciuto come reale. Un esempio concreto riguarda la distribuzione dei presidi medici: agli inizi degli anni 2000 era estremamente complessa e penalizzante. Per ottenere ciò che era necessario alla quotidianità bisognava affrontare iter lunghi, poco chiari e spesso faticosi anche dal punto di vista emotivo. Oggi la situazione è fortunatamente più snella, ma questo non cancella anni di difficoltà vissute direttamente. A questo si aggiungeva la mancanza di alcune figure mediche fondamentali per un territorio che ambisce a essere definito città. Ma il problema non era solo sanitario: spesso anche le istituzioni e i contesti educativi mostravano difficoltà nel comprendere e gestire una condizione invisibile. Ripenso molto agli anni della scuola. In molti casi, le persone che mi circondavano non erano nemmeno consapevoli della mia condizione. E quelle poche volte in cui ho provato a spiegare come stavo, una sensazione, uno stato d’animo, mi sono sentita fuori posto, quasi un’aliena. Questo porta inevitabilmente a costruirsi una vita parallela, fatta di silenzi e adattamenti, che nel tempo pesa profondamente. E, purtroppo, devo dire che sotto questo aspetto non tutto è cambiato. Ancora oggi è difficile trovare una reale comprensione di cosa significhi vivere con una disabilità invisibile: un dolore che non si vede, ma che incide ogni giorno sulla qualità della vita. Eppure, esempi diversi esistono. Ci sono città che hanno scelto di investire davvero sull’inclusione, costruendo reti territoriali, servizi accessibili e una cultura della comprensione. Penso, ad esempio, a modelli come quelli del Nord Europa o del Giappone, dove anche la progettazione degli spazi pubblici, dei servizi e della scuola tiene conto delle fragilità, anche invisibili, e le integra nel sistema. Questo dimostra che non è un’utopia. È una scelta”.
- Ci può descrivere la sensazione che si prova quando, da pazienti bisognosi di cure, non si trova una adeguata risposta nella città nella quale si vive?
“Quando una persona ha bisogno di cure non sta esercitando una scelta, ma un diritto. E quando questo diritto non trova risposta nel territorio in cui vive, si capisce subito che il problema non è individuale, ma sistemico. All’inizio la sensazione che si prova è di smarrimento, ma lascia presto spazio a una consapevolezza più profonda: quella di trovarsi in un sistema che non riesce a rispondere in modo adeguato e continuo, quasi di abbandono. Per chi vive una patologia cronica non è un episodio isolato, ma una condizione che si ripete. Ci si ritrova a costruire da soli il proprio percorso di cura, a colmare vuoti, a spostarsi, a cercare altrove ciò che dovrebbe essere garantito. Di fatto, una responsabilità pubblica ricade sulle persone. Nel mio caso, aver vissuto tutto questo fin dall’infanzia ha reso ancora più evidente la mancanza di un sistema capace di accompagnare nel tempo, e non solo di intervenire nell’emergenza. E quando questo accade, il danno non è solo sanitario. Diventa istituzionale. Perché quando il sistema non funziona, la malattia non è più l’unico problema. Diventa parte di un carico più grande, fatto di ostacoli, soluzioni da trovare da soli e diritti difficili da esercitare. E allora la differenza diventa chiara, quasi brutale: la malattia la affronti. L’abbandono del tuo territorio, quello, lo subisci. E se non sei forte, rimani isolato. Ma, almeno nel mio caso, proprio questo senso di abbandono, crescendo, si è trasformato in qualcosa di diverso. Mi ha portata a rimboccarmi le maniche, a mettermi in gioco, a cercare soluzioni. Non per adattarmi a un sistema che non funzionava, ma per contribuire a cambiarlo. Oggi sono un’ambasciatrice delle disabilità invisibili e continuo a essere contattata, anche nel 2026, da persone che vivono le stesse difficoltà che ho vissuto io oltre vent’anni fa. E questo, ogni giorno, mi restituisce due cose: la consapevolezza di quanto ci sia ancora da fare e la certezza che la direzione è quella giusta”.
- Oltre al giudizio che altri possono avere maturato nei confronti della città e dei suoi abitanti, che sicuramente può far male, cosa ha provato leggendo i giornali alla notizia dello scioglimento del consiglio comunale?
“In realtà c’è un’immagine molto precisa che, per me, rappresenta quel momento. Ero ricoverata in ospedale. Avevo appena affrontato un intervento chirurgico. Mi sono svegliata dall’anestesia con il telegiornale acceso in camera e la scritta “Aprilia” sullo schermo. Ricordo perfettamente quella scena. In quel momento ho percepito una distanza fortissima tra due realtà che stavano accadendo nello stesso istante: da una parte una persona che combatteva la malattia, dall’altra un sistema istituzionale che mostrava tutta la sua fragilità. Ed è stata proprio quella distanza, per me, il punto più significativo. Ho provato una forma di amarezza lucida, non tanto per l’evento in sé, ma per ciò che rappresentava: la necessità, ormai non più rinviabile, di ricostruire un rapporto credibile tra istituzioni e cittadini. Con il passare dei giorni, quella sensazione si è trasformata in una consapevolezza ancora più forte: Aprilia era una città ferita, guasta. La definirei, senza esitazione, una città “malata”. E proprio per questo ho iniziato a guardarla con uno sguardo diverso. Una città che andava curata, proprio come si cura una malattia. Forse, in un certo senso, anche la mia città aveva una malattia invisibile: una condizione che per troppo tempo è stata ignorata, come se non esistesse davvero. E quando una malattia resta invisibile, non significa che non esista. Significa solo che non viene affrontata. Ma nel momento in cui emerge, non basta prenderne atto. Serve un percorso di cura. Ed è esattamente questo che serve ad Aprilia: non interventi superficiali, ma un vero e proprio programma di ricostruzione, fatto di responsabilità, visione e presenza. Perché, esattamente come accade per una persona, anche una città può guarire. Ma solo se si ha il coraggio di riconoscere fino in fondo ciò che non ha funzionato e di rimettere davvero al centro ciò che conta: le persone”.
- Per coloro che soffrono e subiscono le carenze del servizio sanitario, cosa ha significato sapere che gli amministratori – secondo l’inchiesta che ha stravolto la politica locale – eserciterebbero il potere per fini diversi dall’interesse pubblico, senza avere attenzione ed empatia per le reali esigenze dei cittadini?
“Per chi vive una malattia, certe dinamiche si leggono con estrema chiarezza. Quando la politica diventa esercizio di potere fine a sé stesso, si vede. Si vede nelle priorità che vengono scelte, nei tempi che non coincidono mai con quelli delle persone, nelle decisioni che spesso rispondono più a logiche interne che ai bisogni reali. Non è una percezione ideologica, è una conseguenza concreta: quando il potere si chiude su sé stesso, perde la capacità di ascoltare e quindi di rispondere. E questo, nel sistema sanitario, diventa evidente. Lo dimostrano situazioni che ormai sono sotto gli occhi di tutti: liste d’attesa incompatibili con i bisogni di cura, difficoltà di accesso ai servizi, percorsi frammentati. Sono segnali chiari di una programmazione che spesso non parte dall’analisi reale dei bisogni, ma da equilibri diversi. Per chi soffre, questo significa trovarsi dentro un sistema che esiste, ma che non sempre funziona per chi ne ha davvero bisogno. Aprilia, in questo senso, non è un caso isolato. È il riflesso di un problema più ampio. Il mio impegno sul territorio mi porta a vedere le stesse dinamiche anche in altre città: quando manca una politica orientata al servizio, il risultato è sempre lo stesso, i diritti diventano difficili da esercitare. Il punto, quindi, non è criticare la politica, che personalmente credo sia una cosa veramente inutile, oltre che una perdita di tempo, ma riportarla alla sua funzione originaria: quella di essere uno strumento di servizio, capace di leggere i bisogni reali, trasformarli in scelte concrete e assumersi la responsabilità delle conseguenze.”
- La sua esperienza professionale e di vita potrebbe essere molto utile a definire le priorità di una amministrazione: in cosa vorrebbe poter incidere? Secondo lei il Comitato che andrà a presiedere potrà realmente esercitare una pressione sugli organi decisionali e perché?
“La mia esperienza, personale e associativa, mi ha insegnato una cosa molto chiara: le priorità non possono essere definite dall’alto senza un confronto reale con chi vive i problemi ogni giorno. Per questo credo che il primo ambito su cui incidere sia il metodo. Abbiamo bisogno di passare da una gestione frammentata a una programmazione strutturata, fondata sull’ascolto e sull’analisi dei bisogni reali del territorio. E in questo senso il ruolo del Terzo Settore diventa centrale. Non come soggetto da coinvolgere in modo occasionale, ma come parte integrante dei processi decisionali, in linea con quanto previsto dall’articolo 55 del Codice del Terzo Settore. Per quanto riguarda il Comitato, credo che la sua forza non stia nel concetto di “pressione”, ma in qualcosa di più solido e duraturo: la credibilità. Un organismo come questo può incidere realmente se è in grado di rappresentare il territorio in modo serio, strutturato e competente. Se porta dati, proposte concrete, esperienze dirette. Se riesce a costruire un’interlocuzione stabile con le istituzioni, senza logiche di contrapposizione ma anche senza rinunciare al proprio ruolo. Perché nel periodo storico in cui ci troviamo, il punto non è essere contro o a favore. Il punto è essere utili. E un Comitato è utile quando riesce a trasformare i bisogni in proposte, e le proposte in processi. Personalmente, vorrei incidere proprio su questo: contribuire a costruire un modello in cui le decisioni non siano più distanti dalla realtà, ma nascano dentro il territorio. Personalmente credo che le decisioni politiche funzionino davvero solo quando non vengono calate dall’alto, ma costruite insieme. E credo che, se lavoreremo tutti in modo serio e coerente, questo Comitato potrà diventare un punto di riferimento reale. Non solo per le istituzioni, ma soprattutto con e per i cittadini.”
- Ci dica tre ambiti nei quali vorrebbe fosse impegnata la prossima amministrazione che governerà Aprilia, escludendo la questione morale, che dovrebbe essere propedeutica in ogni ragionamento.
“Credo che oggi Aprilia abbia bisogno, prima di tutto, di una visione. Non di interventi isolati, ma di una direzione chiara, capace di tenere insieme sviluppo, qualità della vita e coesione sociale. Il primo ambito è la pianificazione urbana e la qualità dei servizi. Aprilia è una città che è cresciuta molto, ma spesso senza una programmazione adeguata. Questo oggi si traduce in criticità evidenti: mobilità, manutenzione, distribuzione dei servizi, spazi pubblici non sempre pensati per essere realmente vissuti. Serve un cambio di approccio, passare da una gestione frammentata a una progettazione integrata, che metta al centro la persona e il modo in cui vive la città ogni giorno, costruendo una città più smart, più comoda e realmente accessibile per tutti. Il secondo ambito è il lavoro e lo sviluppo territoriale. Una città senza opportunità è una città che perde futuro. Aprilia ha un tessuto produttivo importante, ma va valorizzato e messo in rete. Serve creare connessioni tra imprese, attività commerciali, formazione e territorio, costruire condizioni che permettano a tutti di restare e di scegliere questa città, non di lasciarla per mancanza di possibilità. Dobbiamo iniziare a immaginare e costruire una vera “Aprilia 2.0”: una città che investe sul proprio potenziale, che studia il territorio, che programma lo sviluppo e lo rende sostenibile nel tempo. Il terzo ambito è il welfare e la coesione sociale, in una visione ampia e contemporanea. Non solo sanità, ma servizi sociali, inclusione, sostegno alle fragilità, attenzione alle famiglie, alla disabilità, anche invisibile e a tutte quelle situazioni che troppo spesso restano ai margini. Serve un’amministrazione capace di intercettare i bisogni prima che diventino emergenze, in qualsiasi ambito. In fondo, il punto è questo: Aprilia non ha bisogno di essere tenuta in piedi, ma di crescere davvero. E per farlo non basta amministrare: serve guidare”.
