Gli investigatori della Polizia che hanno chiuso il cerchio sull’omicidio di Ibrahim Dibba nel giro di una settimana, hanno potuto contare su due testimonianze decisive. Una in particolare si è rivelata determinante per convergere gli indizi sull’esecutore materiale dell’uccisione, vale a dire il sedicenne sottoposto a fermo giovedì insieme a uno dei suoi parenti che lo spalleggiavano, Ferdinando Di Silvio detto Pescio di 25 anni.
La sera di mercoledì 16 settembre il gambiano di 27 anni si trovava in via Virgilio, nella zona dell’ex Villaggio Trieste, perché frequentava la mensa della Caritas. Poco dopo le 20 si era incamminato verso viale XXIV Maggio insieme a un algerino che ha assistito all’omicidio, trovando a poca distanza dalla drammatica scena. Il testimone sostiene che si stava recando con la vittima a comprare le sigarette, perché Ibrahim Dibba gli aveva chiesto del denaro per acquistare droga, per l’esattezza crack, e aveva accettato di dargli il resto dopo l’acquisto delle sigarette al distributore automatico di una tabaccheria vicina.
Secondo la compagna della vittima invece sarebbe stato proprio questo algerino a condurre il gambiano dalle persone che lo hanno poi ucciso, di fatto attirandolo in una trappola, perché secondo lei aveva insistito che lo seguisse e tra l’altro un mese prima c’era stata una lite tra loro. Fatto sta che per ora, questa, resta un’opinione personale della donna e gli investigatori non hanno potuto non tenere in considerazione la sua descrizione dell’agguato, una testimonianza che i magistrati della Procura ritengono di eccezionale rilevanza.
L’algerino infatti ha ammesso di avere assistito all’omicidio e ha riconosciuto sia colui che avrebbe sparato a Ibrahim Dibba uccidendolo, passeggero dell’auto, che il conducente della vettura. Ovvero, ha precisato che inizialmente ha visto l’omicida avvicinarsi al 27enne, poi ha sentito i colpi di pistola. Non ha precisato di avere visto la calibro 9, ma la sequenza che ha descritto è piuttosto eloquente, perché mentre camminavano lui si era fermato per rispondere il telefono e invece la vittima aveva continuato a camminare, quindi è rimasto indietro di alcuni metri.
«Ad un certo punto mi sono accorto che più avanti, ferma a bordo strada, c’era l’auto nera di piccole dimensioni che avevo visto in precedenza e all’esterno di essa dal lato passeggero c’era la persona corpulenta che avevo già indicato, come presente lato passeggero sull’auto quando l’avevo vista davanti alla Caritas in sosta e anche in quel caso vestito con la maglietta nera – ha dichiarato l’algerino – A quel punto ho visto questo ragazzo grasso e con la maglia nera dirigersi nella direzione di Zalla. Ho sentito esplodere due o ere colpi di pistola, ma credevo che fossero stati sparati in aria. Poi però ho visto Zalla cadere, e il ragazzo che gli aveva sparato camminare verso la macchina e risalirvi e ho capito che Zalla era stato colpito. A quel punto ho immediatamente realizzalo quello che era successo. Anche perché ho visto la macchina ripartire velocemente». Tenendo conto che Zalla era il soprannome della vittima.
Il super testimone ha pure precisato: «Quando sono arrivato sul posto l’auto era ferma con le luci accese e il ragazzo che poi ha sparato era già fuori dall’auto e camminava in direzione di Zalla e anche nella mia direzione. La macchina nera è ripartita velocemente». E poi ancora: «A quel punto, mi sono spaventato e sono scappato. C’erano comunque altre persone ferme lì e macchine che passavano. Io parlando in arabo, imprecando, mi chiedevo in che situazione mi fossi trovato e, ripeto, impaurito scappavo a bordo della mia bicicletta che nel frattempo avevo portato a mano». Sulla responsabilità dell’omicidio l’algerino non ha dubbi: «Io in quel momento ho visto solo il ragazzo che ha sparato ed è rientrato in macchina. Non ho notato nessun altro. Non ho dubbi che a sparare sia stato il ragazzo robusto con la maglia nera. Ne sono convinto al cento per cento».
