Trentacinque anni fa, l’8 maggio 1991, un gruppo di uomini armati e con i volti coperti da passamontagna fece irruzione alle 5 del mattino all’interno della sede delle Poste centrali di Latina.
Assistiti da una talpa che prestava servizio nella struttura, i banditi entrarono da una porta laterale della sede di Piazzale dei Bonificatori sorprendendo un gruppo di impiegati intenti a smistare il denaro che nella stessa mattinata doveva essere trasferito nelle filiali provinciali. In pochissimi minuti, e senza incontrare ostacoli, i componenti della banda infilarono in alcuni sacchi e borsoni cinque miliardi di lire in banconote. Se ne andarono uscendo dalla stessa porta dalla quale erano entrati, dopo aver legato, imbavagliato e chiusi in uno stanzino gli impiegati, a nessuno dei quali fu torto un capello. I contatti tra gli autori materiali del furto e gli uomini che li coprivano all’esterno venivano tenuti, per la prima volta nella storia delle rapine consumate a Latina, con due telefoni cellulari di prima generazione, quelli che si portavano a tracolla.
Il colpo fece sensazione, vuoi per l’ammontare del bottino, vuoi per le modalità di esecuzione di un’azione studiata nei minimi particolari e che rimandava a una banda di specialisti capaci, determinati e dotati di grande autocontrollo, come sarebbe emerso dalle testimonianze degli impiegati che avevano subito il furto.
Ci vollero delle settimane prima che le indagini riuscissero ad addrizzare il tiro sui presunti responsabili di quel colpo, ma a fornire l’indirizzo giusto sull’identità dei componenti della banda furono una serie di rapine e furti clamorosi messi a segno, sempre nel capoluogo pontino, nelle settimane successive al colpo di esordio dell’8 maggio alle Poste. La svolta investigativa era arrivata all’indomani del clamoroso furto consumato di notte all’interno del caveau del Tribunale di Piazza Buozzi dove venivano custoditi i corpi di reato: denaro, preziosi, armi, e grossi quantitativi di sostanze stupefacenti. L’ammontare del bottino, calcolato soprattutto sul valore degli stupefacenti portati via dai ladri, fu stimato in circa dodici miliardi di lire. Ispezionando i locali la mattina successiva al furto, i carabinieri trovarono a terra lo scontrino di una ferramenta di Aprilia dove era ipotizzabile fosse stata fatta una copia delle chiavi che anche stavolta avevano consentito alla banda di poter accedere in Tribunale, all’epoca privo di sorveglianza durante la notte, dalla porta principale e di poter aprire senza sforzi la porta in ferro per accedere ai locali dove erano custoditi i corpi di reato. Anche in quel caso, era stato fondamentale il ruolo di una talpa, un impiegato dipendente della ditta che gestiva i corpi di reato. Con quei pochi ma fondamentali elementi a disposizione, due talpe e una ferramenta dove non fu difficile, mostrando le foto segnaletiche delle persone con precedenti, individuare chi aveva chiesto la copia delle chiavi del Tribunale di Latina, le indagini presero il volo e in breve avrebbero portato alla individuazione dei componenti della banda, che nel frattempo aveva guadagnato sul campo l’appellativo di “uomini d’oro”.
La rapina dell’8 maggio segnò uno spartiacque non soltanto nell’immaginario collettivo stimolato dalle cronache di quei giorni, ma anche una linea di demarcazione netta tra la percezione che la città aveva avuto di sé fino a quel momento, e l’evidente segnale di un cambiamento profondo avvenuto in silenzio, ma in modo radicale. Si apriva un nuovo capitolo nella storia della città: anche Latina disponeva di una criminalità capace di stare al passo con le gang che operavano nelle metropoli italiane e in qualche territorio di provincia del nordest. La dinamica della rapina alle Poste e dei colpi messi a segno immediatamente dopo denotavano capacità organizzative di spessore, intelligenza criminale, spirito di iniziativa e calcolo matematico dei rischi. Una maturità venuta fuori da anni di esperienze pericolose con gli assalti ai furgoni portavalori, dove il rischio di dover affrontare uno scontro armato era sempre elevatissimo. La società civile di Latina non era preparata a tutto questo. Fu necessario all’incirca un anno di lavoro da parte dei carabinieri per mettere insieme una quantità sufficiente di indizi che avrebbero potuto portare a processo il gruppo degli “uomini d’oro”, ma l’urgenza di dover esibire il risultato prima che il Comandante che aveva diretto le operazioni venisse trasferito ad altro incarico, costrinse gli investigatori e la Procura della Repubblica a forzare sulla tabella di marcia e a trascurare qualche importante dettaglio senza il quale, più avanti, sarebbe stato vanificato il lavoro di mesi.
Quando un anno dopo furono emessi gli ordini di arresto nei confronti di sette persone, alcune delle quali già irreperibili, la nomenklatura dei sospetti appartenenti alla banda destò grande scalpore. Il gruppo degli “uomini d’oro” era composto da qualche pregiudicato, ma anche da insospettabili, giovani e meno giovani, tutti sotto la soglia dei 40 anni, bene inseriti nel tessuto socio economico cittadino. Gente con cui si poteva avere a che fare senza temere di stare facendo qualcosa di sbagliato.
Stando alla ricostruzione che i carabinieri avevano fatto del colpo alle Poste, la mattina dell’8 maggio 1991, immediatamente dopo la rapina, quattro diverse automobili, ciascuna con due persone a bordo, si allontanarono senza dare nell’occhio per raggiungere il Centro Morbella di via del Lido, inaugurato un anno e mezzo prima, ed entrarono nel parcheggio sotterraneo, dove lasciarono le vetture prima di salire al pano superiore ed entrare direttamente in un bar che disponeva di un ulteriore piano isolato dal resto del locale commerciale. E’ lì che sarebbe avvenuta la spartizione del bottino, ed è da lì che gli autori del clamoroso furto si allontanarono, ciascuno per proprio conto, con mezzi diversi da quelli usati per il colpo. Quando poco prima delle 8 di quel giorno le forze dell’ordine si organizzarono per i controlli di routine sui “soliti noti”, i componenti più esposti del commando che aveva effettuato il colpo erano già a casa. E lì li trovarono i carabinieri quando bussarono alla porta di casa. Gli altri, gli insospettabili, erano al lavoro come tutti i giorni. Tutti i componenti della banda sapevano già quale sarebbe stato il colpo successivo, già pianificato per i giorni a venire: l’effetto sorpresa si sarebbe rivelato il marchio di fabbrica degli “uomini d’oro”.
