È davvero il caso discutere della decisione della Commissione straordinaria di intitolare ad Aleardo Nardinocchi la sala maggiore della biblioteca comunale, oggi dedicata a Giacomo Manzù? O, forse, questa discussione rivela qualcosa di più profondo sul rapporto che Aprilia ha con la propria memoria culturale?
Nardinocchi, architetto, artista e docente universitario, è scomparso da oltre dieci anni e ha dato lustro alla città. Un’associazione, nata nel suo ricordo, chiede di valorizzare la sua memoria. Non si sta cancellando Manzù dalla storia di Aprilia, l’edificio della biblioteca continuerà a portare il suo nome: e allora perché trasformare una nuova intitolazione in una sorta di sacrilegio?
Riccardo Toffoli ha ragione quando ricorda che la sala Manzù è stata un “trampolino” per molti artisti e per quella che venne definita l’ “arte apriliana”; una considerazione preziosa, che costituisce lo spunto per una domanda: che cosa è stato fatto, negli anni, per trasformare quel trampolino in qualcosa di stabile? Poco o nulla.
Nessuna amministrazione comunale ha ritenuto davvero prioritario creare una pinacoteca, uno spazio permanente nel quale raccogliere le opere degli artisti apriliani. Le mostre sono rimaste iniziative episodiche, affidate spesso alla buona volontà dei singoli. La memoria artistica della città continua a vivere più per la caparbietà di alcune persone che per una vera politica culturale.
La biblioteca, in questo senso, è quasi una metafora di Aprilia. È lo spazio pubblico che accoglie tutto, in particolar modo la sala principale: presentazioni di libri, mostre, concerti, iniziative politiche, conferenze, manifestazioni. Un luogo prezioso, probabilmente l’unico realmente accessibile alla comunità. Eppure basta guardarsi intorno per capire quanto sia stata trascurata. Ci sono stati persino momenti in cui una scrivania prossima alla dismissione trovava nella Sala maggiore una sorta di deposito temporaneo. I pannelli per le mostre sono arrivati grazie all’inventiva della professoressa Rosaria Ciacciarelli; e quando un muro scrostato rischia di finire nelle fotografie, sono quei pannelli a diventare, all’occorrenza, una soluzione estetica.
Benedetta biblioteca, verrebbe da dire. Perché nonostante tutto continua a essere uno dei pochi luoghi nei quali la città può incontrarsi e raccontarsi. E proprio per questo meriterebbe ben altro rispetto.
Poi c’è Manzù.
È curioso che ci si accalori oggi per difendere il nome di un artista del quale, forse, una parte della città conosce poco o nulla. Che cosa abbiamo fatto per conservare concretamente quella memoria?
Nel 2023 venne messa in vendita la casa di Manzù ad Aprilia, dimora e atelier dello scultore. Un patrimonio di enorme valore storico e culturale, oltre che immobiliare: il Comune, la Regione o lo Stato valutarono concretamente la possibilità di acquisire quell’immobile per conservarlo come patrimonio pubblico?
Perché se la risposta è no, diventa difficile comprendere oggi una difesa così accorata della memoria di Manzù limitata, di fatto, al nome di una biblioteca.
La memoria si difende conservando gli archivi, sostenendo gli artisti, creando luoghi dove esporre le opere, mantenendo vivi i premi e le iniziative culturali, impedendo che il patrimonio della città finisca disperso. Aprilia, negli anni, non è riuscita a trattenere l’archivio di Bernardino Tofani, lasciando che finisse ad Albano, e ha visto spegnersi anche il premio Gianfranco Compagno, senza che si prendesse neanche lontanamente in considerazione l’ipotesi di intitolargli una piazza, una strada.
La discussione sulla sala Manzù rischia di apparire sproporzionata, nessuno dovrebbe essere messo in competizione con nessuno. Manzù non ha bisogno che Nardinocchi venga dimenticato per continuare a essere importante. E Nardinocchi non ha bisogno che Manzù venga cancellato per avere finalmente un riconoscimento nella città alla quale ha dato tanto. Una città culturalmente matura non sostituisce la memoria, aggiunge una memoria alla memoria.
Se non siamo stati capaci di farlo per decenni, forse dovremmo evitare di trasformare una targa in una guerra di religione.
Perché, alla fine, il rischio più grande per la memoria di Aprilia non è che cambi il nome di una sala.
È che, tra qualche anno, non ricorderemo più perché quel nome sia stato e sia ancora importante.
È che, tra qualche anno, non ci ricordiamo più perché quel nome fosse importante.
