La storia, lo scambio, le contaminazioni, la condivisione e la cultura che il Mediterraneo ha favorito unendo i popoli che affacciano sul mare che ha rappresentato la culla della civiltà antica, sono gli elementi che nel tempo hanno avvicinato Italia e Tunisia fino a fare dell’una lo specchio dell’altra, due nazioni che da sempre si guardano dalle sponde opposte dello stesso mare.
Di questo e molto altro si è parlato mercoledì scorso nella Sala Sassoli di Palazzo Valentini a Roma durante l’evento organizzato dal Consolato di Tunisia per promuovere gli scambi culturali con l’Italia partendo dai prodotti iconici dell’alimentazione tunisina: il dattero, la harissa (una squisita salsa piccante rossa) e l’olio extra vergine di oliva.
Porgendo i saluti istituzionali, Tiziana Biolghini, Consigliere delegato alle Pari Opportunità, Politiche Sociali e Cultura di Città Metropolitana Roma Capitale, è entrata subito nel cuore del tema dell’incontro, che è stato quello di esaltare i caratteri di una diversità, quella tra Italia e Tunisia, che trae origine dalle stesse radici, una diversità che è stata vissuta e percepita dai due popoli nel corso dei secoli sempre nel segno del rispetto reciproco e della condivisione.
Un concetto ripreso dal Console di Tunisia a Roma Marwen Kablouti, che nel suo intervento ha esordito con un inedito quanto efficace accostamento tra i caratteri del popolo tunisino e i caratteri dei prodotti iconici del Paese: la resilienza dell’ulivo, la vivacità del dattero, il calore della harissa. “Si tratta di tre tesori che appartengono alla nostra cultura – ha spiegato il Console – Tre pilastri della nostra alimentazione, che fanno del cibo un documento storico da esibire, da mostrare come si fa con un biglietto da visita. Fin dai tempi dei romani lo scambio culturale tra Italia e Tunisia è sempre stato intenso, facendoci scoprire quando siamo diversi ma anche quanto siamo uniti dalle stesse radici. Oggi possiamo dire che condividere lo stesso cibo significa condividere pace e cultura”.
Molto efficace anche l’intervento di Sami Ben Hamida, tour operator tunisino, che ha affrontato il tema delle relazioni tra Tunisia e Italia partendo dall’incontro tra due grandi civiltà, quelle di Roma e Cartagine, e dell’impronta che quell’incontro ha lasciato nei cuori e nell’immaginario dei due popoli. “La prima comunità di immigrati in Tunisia è stata quella italiana, a partire dal 1800, e quella presenza è stata un volano per la contaminazione delle abitudini alimentari dei due popoli, in linea con la tradizione mediterranea che vede il cibo raccontare la storia delle civiltà che hanno attraversato il mare che le accomuna. Non è un caso che i mosaici che ancora abbiamo in Tunisia raffigurino le stesse scene di consumo e condivisione del cibo, e soprattutto gli stessi prodotti di cui i due popoli si sono sempre alimentati: il pesce, l’olio, il vino, il pane, la frutta. E’questa una delle ragioni che fanno dell’enogastronomia uno dei segmenti più importanti del turismo nel Mediterraneo, oltre che un veicolo di scambio e conoscenza tra le diverse culture”.
Un assist prezioso per Francesca Rocchi, Presidente di Slow Food Roma, che ha intrattenuto i presenti sull’importanza delle manifestazioni culturali su argomenti legati all’alimentazione e ai prodotti che ne determinano i caratteri e le qualità, sottolineando che si tratta di manifestazioni che uniscono e non dividono.
“La storia del dattero – ha esordito Francesca Rocchi – rappresenta un ponte fra tradizione e salute; nell’antica Roma il dattero era simbolo di abbondanza, come del resto in Tunisia, dove la palma da dattero è raffigurata anche in alcune monete, a simboleggiare prosperità e ricchezza del nutrimento. Oggi, nel nostro Paese, abbiamo relegato il consumo del dattero alle feste natalizie, ma dobbiamo imparare ad invertire la rotta a farne un prodotto sempre presente sulla nostra tavola, perché le sue proprietà sono di un valore inestimabile per la nostra salute e per quella dei nostri bambini, afflitti in numero sempre crescente da obesità infantile”.
A chiudere il cerchio sulle capacità coesive dell’alimentazione è stato lo Chef Mounir Chaouch, imprenditore della ristorazione e titolare di Carthage, un ottimo ristorante di San Felice Circeo, dove si sposano le tradizioni culinarie tunisina e quella italiana.
“La mia storia personale parla per me – ha spiegato Mounir – Sono venuto in Europa per studiare, ma senza permesso di soggiorno nessuna università poteva accogliermi, così mi sono visto costretto a concentrare tutte le mie energie nel lavoro. Il caso ha voluto che io mi formassi in cucina, mettendo insieme il bagaglio di conoscenza che mi porto dietro dal mio Paese e quello che ho immagazzinato in anni e anni di lavoro in Italia. Il risultato straordinario è che da immigrato clandestino sono diventato cittadino italiano, imprenditore della ristorazione. Il cibo e i prodotti della terra e del mare uniscono anche così”.
L’incontro, riuscitissimo, è terminato con un gradevolissimo saggio delle capacità culinarie di Mounir Chaouch, attorno a piatti di cous cous insaporito dall’harissa, di crudi di pesce e di ricette capaci di esaltare l’incontro felice fra la tradizione tunisina e quella italiana.
Complimenti al Consolato di Tunisia a Roma e al suo rappresentante Marwen Kablouti.
