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I volti delle vittime lungo le strade per salvare vite: “Ricordare chi non c’è più per proteggere chi è ancora con noi”

Cartelloni con le foto delle vittime a Latina e Frosinone. L’iniziativa dell’associazione guidata da Giovanni Delle Cave, padre di Eros

Uno degli incidenti mortali avvenuti in provincia
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Un appello che nasce dal dolore, ma che guarda dritto alla vita. L’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada, con le sedi di Latina e Frosinone, ha lanciato in queste ore un’iniziativa potente, destinata a colpire la coscienza di chi ogni giorno si mette al volante.

“Stiamo preparando cartelloni che ritraggono i volti di chi abbiamo perso a causa di incidenti stradali, soprattutto giovani vite spezzate troppo presto”. Cartelloni che verranno affissi lungo le arterie principali delle strade comunali di Latina e Frosinone, affinché diventino un monito permanente per chi guida. Non numeri, non statistiche. Volti. Storie. Vite vere.

“Con il passaggio dei veicoli – spiega l’associazione – questi volti dovranno invitare a riflettere sulla prudenza e sulla responsabilità al volante”.

Un appello che è anche una chiamata alla partecipazione: “Se hai perso un caro in un incidente e desideri onorarne la memoria, ti invitiamo a condividere con noi un’immagine del tuo caro. Questa immagine sarà inclusa nei cartelloni, trasformandola in un messaggio di speranza e prevenzione”.

Il senso profondo dell’iniziativa è racchiuso in poche parole: “Insieme, ricordiamo chi non c’è più e proteggiamo chi è ancora con noi”.

A firmare questo impegno c’è Giovanni Delle Cave, papà di Eros, e responsabile dell’Associazione a Latina e Frosinone. E la storia di Eros è una di quelle che spiegano, meglio di qualsiasi discorso, perché questa battaglia non può e non deve fermarsi.

La storia di Eros come monito

Eros Delle Cave era un ragazzo di Borgo Sabotino. La sua vita viene spezzata alle 00:05 del 25 giugno 2000. Sta camminando sul ciglio della strada insieme a due amici quando un’auto lanciata a 130 chilometri orari li travolge. A bordo ci sono cinque uomini ubriachi. Eros muore sul colpo. Muore anche un suo amico. Un terzo si salva miracolosamente. Gli investitori scappano senza soccorrere.

Da lì inizia il calvario. Dopo sei mesi di carcere, il guidatore – l’uomo che ha ucciso Eros – viene scarcerato per decorrenza dei termini. Gli altri vengono espulsi. Il padre tenta tutto: si incatena davanti al Quirinale per protestare, per chiedere giustizia. Inutilmente.

La sentenza del Tribunale di Latina arriva come una seconda, devastante, ferita: due anni di carcere, con immediata espulsione. L’omicida, dopo la lettura, guarda il padre di Eros e ride. Poi se ne va. Libero.

Restano i giorni neri, il dolore, i pensieri implacabili. E il dubbio, profondo, di vivere in un Paese che spesso non riesce a essere giusto. Ma resta anche la scelta di non arrendersi.

“È necessario farci forza, è necessario lottare, tutti insieme, nella nostra Associazione: per il sorriso del nostro dolce Eros, per il diritto di vivere, per la giustizia”.

Oggi quella lotta passa anche da quei cartelloni. Da quei volti appesi lungo le strade. Perché ogni automobilista capisca che dietro ogni croce sull’asfalto c’è una famiglia distrutta. E che basta un attimo, una distrazione, una scelta sbagliata, per non tornare più a casa.

Non è solo una campagna. È una richiesta di coscienza. Ed è impossibile girarsi dall’altra parte.

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