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I lavori illeciti di Ibrahim Dibba per i Di Silvio che l’hanno ucciso, per loro ha bruciato un cavallo

La rivelazione choc della compagna della vittima dell’omicidio: lo pagavano con la droga, due settimane fa l’incendio per colpire una famiglia rivale

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L’omicidio di Ibrahim Dibba, il gambiano di 27 anni ucciso a colpi di pistola, ha svelato un contesto di estremo disagio sociale, oltre a mettere in luce la ferocia dei giovani delle famiglie Di Silvio che gestivano lo spaccio tra Campo Boario e Gionchetto ed erano pronti a tutto per alimentare la loro forza intimidatorie. Persino uccidere.

Uno spaccato della realtà nella quale viveva la vittima, l’ha fornito la sua compagna, la donna che frequentava da sei mesi circa e con la quale viveva in strada. Frequentavano la mesa della Caritas nel quartiere dell’ex Villaggio Trieste e quando avevano bisogno trovavano ospitalità in casa di una loro conoscente nella stessa zona. Erano consumatori abituali di droga, in particolare crack, la cocaina trattata con la cottura che solitamente viene fumata con una bottiglia, la carta stagnola e una cannuccia.

La donna ha spiegato che lei e Ibrahim Dibba si recavano quasi quotidianamente dagli stessi Di Silvio che poi avrebbero ucciso il compagno. Anzi, ha spiegato che era proprio il sedicenne finito in un istituto di pena per minorenni in stato di fermo perché sospettato di avere sparato al gambiano, a gestire la piazza di spaccio nei portici delle case popolari dei palazzi gemelli di via Pionieri della Bonifica. Lì si erano recati persino la sera stessa dell’agguato mortale, giusto un’ora prima.

Era una vita ai margini della società, quella condotta dalla coppia di stranieri, che acquistavano dosi di crack da poche decine di euro. La donna ha raccontato poi che Ibrahim Dibba a volte si prestava per svolgere “lavoretti” per conto dei Di Silvio per permettersi l’acquisto delle dosi di stupefacenti. Perché solitamente lo pagavano con la droga, anche se in alcuni casi i Di Silvio gli avrebbero negato il crack promesso, com’era successo appunto la sera prima dell’omicidio, quando il gambiano aveva reagito con violenza, colpendo il sedicenne con uno schiaffo. L’episodio dal quale, secondo gli inquirenti, è scaturita la vendetta dei Di Silvio.

In merito a quei lavori che la vittima svolgeva per i giovani di Campo Boario, la compagna della vittima dell’omicidio ha precisato che si trattava di «incarichi che avevano ad oggetto la commissione di piccoli crimini nel loro interesse – ha dichiarato la donna ai poliziotti durante le indagini sull’agguato – Loro lo pagavano con la droga, ma non sempre accadeva cosi, in quanto molte volte poi si rifiutavano di dare la droga, nonostante Dibba avesse fatto quello che loro avevano chiesto di fare».

La donna ha poi rivelato i dettagli, anche atroci, di questi lavori che il compagno si prestava ad effettuare in cambio della droga. «Due settimana fa il ragazzo più robusto (il sedicenne, ndr) aveva chiesto a me e a Dibba di andare nelle discoteche a rubare le collanine, ma noi ci siamo rifiutati. Dibba ha invece accettato l’incarico di dare fuoco ad un cavallo vivo, sempre nella zona di Campo Boario. Il fatto risale a circa due settimane fa ma non riesco ad essere più precisa. In quella occasione Di Silvio chiese a Dibba di dare fuoco a un cavallo vivo per danneggiare una famiglia a loro nemica. Dibba aveva acceattato e mi aveva lasciato lì come “garanzia” nel senso che voleva far capire che sarebbe tornato a lavoro finito. Poi Dibba è tornato dopo avere effettuato il lavoro e Di Silvio gli ha dato il crack».

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