Nei primi anni ’90 Latina era stata, insieme agli altri centri pontini di fondazione, la città del silenzio, in omaggio alla veste metafisica che l’architettura razionalista degli anni ’30 aveva regalato alle cosiddette “città nuove”. Trent’anni dopo, quel silenzio magistralmente rappresentato dal fotografo Lorenzo Capellini attraverso le geometrie delle pareti, i giochi di ombre creati dai mattoni rossi inseriti nel travertino, le linee dei colonnati e le prospettive con destinazione verso l’infinito, si è trasferito nelle silhouette degli abitanti e dei governanti della città, fino a diventare imbarazzante. Dalle fotografie di allora, che non avevano bisogno di didascalie, si è passati al documentario quotidiano di una Latina che vorrebbe urlare il proprio disagio, ma che non riesce ad emettere suoni, costretta in un mutismo che non è soltanto fonico o linguistico, ma addirittura cerebrale, privo di emotività e di idee.
Bandi di gara preparati con distrazione; servizi posticipati rispetto alle necessità dell’utenza; controlli assenti nei punti nevralgici della città e perfino in centro, nel perimetro delimitato dalla presenza di una questura, di una caserma dei carabinieri e di un presidio della guardia di finanza; interventi di ristrutturazione, come quelli dei giardini pubblici, che una volta ultimati non trovano corrispondenza con le spese sostenute per un risultato deludente e discutibile; settori amministrativi lasciati in mano alle abilità di questo o quell’assessore, al di fuori di un disegno, di un programma, di un obiettivo complessivo verso il quale proiettare la città; intraprese private oggetto di inchieste giudiziarie che sembrano non interessare cittadini e amministratori, come se una presunta lottizzazione abusiva mascherata da struttura commerciale non debba suscitare dibattiti, azioni, prese di posizione, denunce; o come se un gigantesco supermercato di prossima apertura in una zona industriale con tanto di piano regolatore che ne impedirebbe la realizzazione fosse una modesta forzatura anziché una macroscopica violazione delle regole urbanistiche di una città che si rispetti. E forse è questo il vulnus di Latina, non avere rispetto per sé, né per la sua comunità.
Un destino beffardo ha fatto in modo che qualche anno fa le forze di opposizione avessero il loro momento di gloria governando per sei anni una città che voleva fortemente cambiare, ma che non sarebbe riuscita a farlo. Così oggi molte delle criticità che affliggono Latina sono frutto di errori commessi da quelle opposizioni che avevano indossato il vestito della maggioranza prima di tornare ad essere quello che erano. Per forza di cose, e per tigna ideologica, neanche gli oppositori hanno fiato, e tranne la sola eccezione del Movimento 5 Stelle, il silenzio su fatti e misfatti cittadini regna sovrano.
La corsa verso il traguardo del Centenario è già una scommessa persa se la visione da rincorrere è quella di una città che non ha saputo aggiungere una prospettiva di modernità al proprio bagaglio di memoria. Una memoria che Antonio Pennacchi ha consegnato alla storia con il suo “Canale Mussolini” e poi con “La strada del mare”, pagine alle quali non resta alcunché da aggiungere, e che reclamano l’idea dispersa e disperata della città di domani.
