‘Buen Camino’ (2025) non è semplicemente un film debole: è un film stanco. Stanco nelle idee, nelle soluzioni narrative, perfino nella sua ambizione morale. È l’opera di un autore che ha smesso di interrogare il proprio linguaggio e si limita a riprodurlo in forma attenuata, addomesticata, riconoscibile fino all’inerzia. Tutto ciò che accade sullo schermo sembra già accaduto altrove, spesso meglio, talvolta persino negli stessi film precedenti di Checco Zalone.
L’impressione costante è quella di un cinema che procede per automatismi: ogni svolta è annunciata, ogni gag è anticipabile, ogni passaggio emotivo è programmato con un anticipo tale da annullare qualsiasi sorpresa. ‘Buen Camino’ non rischia mai, non sbaglia mai davvero, e proprio per questo non lascia traccia.
La trama
Buen Camino racconta la storia di un uomo di mezza età, estremamente ricco – l’imprenditore Checco Zalone, appunto -, superficiale e anaffettivo, che si mette sulle tracce della figlia dopo aver appreso che la ragazza si è messa in viaggio sul Cammino di Santiago. Convinto che il pellegrinaggio rappresenti per lei una scelta sbagliata, quasi una deriva esistenziale, decide di raggiungerla e seguirla lungo il percorso, affrontando un’esperienza che gli è totalmente estranea per abitudini, valori e stile di vita.
Regia: l’emblema della ripetizione
La regia è l’emblema della ripetizione senza rielaborazione. Il Cammino di Santiago è usato come dispositivo narrativo talmente ovvio da risultare quasi pigro: il viaggio come metafora del cambiamento interiore, la fatica come espiazione, il paesaggio come spazio della riconciliazione. Tutto già visto, tutto già codificato, tutto applicato senza alcuna variazione significativa. Le immagini non costruiscono mai un pensiero visivo. La macchina da presa registra, accompagna, illustra. Il cammino non diventa mai esperienza sensoriale, ma rimane una scenografia funzionale a una sequenza di sketch. È un cinema che si accontenta di essere riconoscibile, non significativo.
Sceneggiatura: il punto più debole
La scrittura di Buen Camino è forse il suo peccato più grave: una sceneggiatura che sembra compilata più che pensata. Un esercizio meramente finalizzato all’incasso, con i botteghini impazziti per il prodottino di Natale, sebbene non ambientato nel periodo delle feste. Ma come spesso (purtroppo) accade: guadagno non si traduce in ben fatto o in arte. E qui ci sarebbe un mondo da aprire…ma non è questo il luogo deputato a farlo. Ogni snodo narrativo segue una logica di estrema prevedibilità. La ‘redenzione’ del protagonista avviene senza attrito, senza contraddizione, senza resistenza. I conflitti non esplodono, evaporano. Il film accumula situazioni che non costruiscono tensione, ma confermano ciò che lo spettatore ha già capito da tempo. Anche le deviazioni narrative — segmenti apparentemente autonomi, parentesi tematiche inserite senza necessità — non introducono complessità, ma contribuiscono a una sensazione di disordine gratuito, come se bastasse “mettere qualcosa” perché il racconto continui ad avanzare.
Personaggi e comicità visti e rivisti
Il protagonista è una figura talmente schematica da risultare quasi astratta con evidenti richiami a Berlusconi, Vacchi ecc: il ricco superficiale destinato a scoprire i valori autentici. Una figura già vista innumerevoli volte, qui privata di qualsiasi ambiguità. La comicità nasce dal suo distacco dalla realtà, ma è un umorismo facile, rassicurante, che colpisce sempre verso l’alto, mai verso il centro. Dai riferimenti al conflitto di Gaza agli attentati dell’11 settembre 2001, fino alle frecciate a Schindler’s List e la Shoah, Zalone vorrebbe provocare ma la sua vena comica non si libra di un solo centimetro in più. I personaggi secondari sono funzioni narrative, non persone. Servono a far avanzare il protagonista lungo il percorso morale già tracciato, mai a metterlo davvero in crisi. Le battute, molte davvero scontate, arrivano isolate, non costruite all’interno di una situazione che cresca e deflagri. È una comicità per frammenti, non per accumulo, e proprio per questo raramente davvero efficace. Non c’è un vezzo di originalità, mancano la staffilata, l’affondo. E ogni tanto, fattore che non rappresentava la sua cifra stilistica, scade anche nel volgare. Anche a voler scavare, personalmente, mi resta impossibile trovare prodromi di quella presunta anima esilarante tanto decantata dai più.
Fotografia e messa in scena: nulla sorprende
Anche sul piano visivo il film si rifugia nel già noto. La fotografia alterna immagini levigate a soluzioni anonime, senza mai assumere un ruolo attivo nel racconto. Il paesaggio è sfruttato come valore aggiunto estetico, non come elemento drammaturgico. Nulla resta impresso, nulla sorprende, nulla disturba.
Un film che procede per inerzia
Buen Camino è il film di un autore che ha scelto la strada più sicura: quella del consenso facile, del messaggio edificante, della comicità che non mette in discussione nulla perché è un lavoro già fatto da altri, persino da prodotti nati per la tv come, ma per citarne uno molto popolare, ‘Un posto al sole’, e diversi anni fa senza voler scomodare il cinema ‘dei grandi’. È un’opera che procede per inerzia culturale, affidandosi a schemi narrativi e comici logori, ripetuti, ormai svuotati di forza. Il cammino che racconta è lineare, prevedibile, senza deviazioni. E come spesso accade, quando un film non osa perdersi, non ha nulla di nuovo da trovare. Insapore e innocuo come una minestrina scaldata.
