Home Attualità Aprilia, la chiesa di San Michele torna al centro della storia

Aprilia, la chiesa di San Michele torna al centro della storia

Dietro il cantiere c’è un racconto di guerra, ricostruzione, trasformazioni e di un intreccio sulla proprietà dell’edificio lunga 90 anni

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Da qualche tempo la chiesa di San Michele Arcangelo è completamente avvolta da una candida nuvola bianca che ne nasconde alla vista le forme e la facciata. Sono in corso, infatti, importanti lavori di ristrutturazione e restauro dell’edificio.

E mentre la chiesa è protetta dai ponteggi, l’Arcangelo, con la sua spada sguainata, continua a vegliare sulla struttura, quasi fosse una silenziosa garanzia di protezione.

Quella di San Michele Arcangelo è una delle poche costruzioni di Aprilia già presenti all’epoca dell’inaugurazione della città, il 29 ottobre 1937. Un edificio profondamente legato alla storia della città e che, come Aprilia, ha attraversato le drammatiche vicende della Seconda guerra mondiale.

La chiesa venne infatti pesantemente danneggiata durante il conflitto e successivamente ricostruita nel dopoguerra. Da allora, nel corso dei decenni, l’edificio ha avuto bisogno di diversi interventi di manutenzione e recupero, che hanno interessato sia le strutture esterne sia gli ambienti interni.

Negli anni le necessità sono state diverse. In una prima fase si è intervenuti sugli impianti e sul sistema di condizionamento, mentre solo in tempi più recenti sono emerse problematiche più importanti, legate soprattutto alle infiltrazioni d’acqua provenienti dalla copertura.

Le condizioni del tetto, con sconnessioni sempre più evidenti e infiltrazioni aggravate anche da eventi meteorici di maggiore intensità, hanno reso necessario affrontare un intervento più significativo. Prima ancora di arrivare al cantiere, però, è stato necessario ricostruire con precisione il quadro delle competenze e della proprietà dell’immobile.

Ed è proprio qui che si apre un capitolo particolarmente interessante della storia della chiesa, relativo alla proprietà dell’edificio, che è rimasta a lungo nell’equivoco

La vicenda della proprietà del complesso parrocchiale affonda le proprie radici nella storia stessa della fondazione di Aprilia e delle cosiddette “città nuove”.

L’Opera Nazionale Combattenti (ONC) realizzò il primo nucleo di infrastrutture delle nuove città e, successivamente, trasferì la proprietà delle infrastrutture primarie e secondarie al costituendo Comune. Tra queste infrastrutture rientrava anche l’edificio di culto.

Subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, tuttavia, la situazione degli edifici religiosi seguì un percorso differente. La Presidenza del Consiglio mantenne ai Comuni la proprietà delle infrastrutture, mentre la proprietà degli edifici di culto e delle relative pertinenze venne avocata allo Stato e trasferita al Ministero dell’Interno attraverso il Fondo Edifici di Culto (FEC).

Ad Aprilia si sarebbe così generato, nel corso del tempo, un equivoco sulla proprietà del complesso religioso: la presenza di una proprietà comunale sulle infrastrutture della città finì per essere associata anche alla proprietà del complesso parrocchiale.

Un equivoco che, negli anni, ebbe conseguenze concrete e nel corso dei decenni il complesso venne infatti modificato e ampliato.

La casa parrocchiale fu interessata dalla realizzazione delle stanze posteriori, destinate agli alloggi delle perpetue e a una cucina comune. Furono inoltre realizzati gli ambienti destinati ai sacerdoti sul terrazzo contiguo alla chiesa.

Tra i sacerdoti che maggiormente si occuparono dello sviluppo degli spazi parrocchiali ci fu don Fernando Della Libera, che immaginò anche un ulteriore ampliamento del complesso con la realizzazione di un cinema parrocchiale, con accesso diretto dal sagrato.

Fu sempre don Della Libera ad avviare l’iter per l’acquisto del terreno situato nella parte posteriore del complesso, in corrispondenza dell’area dove sorgeva l’ex GIL e che oggi, per buona parte, ricade nella zona della biblioteca comunale.

L’acquisizione, per un costo indicato in 12 milioni, non venne però completata durante il suo mandato. La procedura si concluse quasi trent’anni più tardi, durante il periodo di don Luigi Fossati.

Gli spazi parrocchiali comprendevano inoltre la cosiddetta “casa delle signorine”, dove alloggiavano le perpetue, e diverse stanze destinate ai sacerdoti. Sul lato destro dell’edificio erano presenti almeno sette o otto stanze, che nel corso del tempo hanno subito trasformazioni profonde.

Una parte della casa parrocchiale non è quindi oggi più ricostruibile nella sua configurazione originaria. Ed è anche per questo che la ricostruzione storica dell’intero complesso rappresenta un passaggio fondamentale per comprendere come sia cambiato nel tempo l’edificio e come siano stati utilizzati gli spazi che lo circondano.

La convinzione che il complesso fosse riconducibile alla proprietà comunale accompagnò per lungo tempo anche la realizzazione di diversi interventi.

Sono stati realizzati gli impianti di condizionamento all’interno dell’aula ecclesiastica, la ricostruzione del campanile e interventi sul sagrato.

Nel frattempo, però, la necessità di intervenire sulla copertura è diventata sempre più urgente: le infiltrazioni d’acqua hanno reso evidente che non sarebbe più bastata una semplice manutenzione ordinaria. Era necessario affrontare un intervento più complesso, ma prima ancora bisognava stabilire chi fosse effettivamente proprietario dell’immobile e, di conseguenza, quale soggetto dovesse farsi carico dell’iter amministrativo e del finanziamento dei lavori.

La verifica documentale ha permesso di chiarire un aspetto fondamentale: la parrocchia dispone del complesso religioso in comodato d’uso, mentre la proprietà dell’edificio, come per altri luoghi di culto delle città di fondazione, è riconducibile al Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno.

La necessità di intervenire sulla struttura ha quindi portato all’avvio di una richiesta documentale presso la Prefettura, con l’obiettivo di ricostruire la storia amministrativa e patrimoniale dell’immobile e stabilire con precisione a chi spettassero gli interventi e la gestione delle risorse necessarie al restauro della chiesa arcipretale, dedicata a San Michele Arcangelo e Santa Maria Goretti.

La ricerca ha permesso di fare maggiore chiarezza anche sulla proprietà dei terreni di pertinenza della parrocchia, che fino a tempi recenti erano stati considerati di proprietà del Comune di Aprilia.

Una volta chiarito il quadro della proprietà, è stata avviata una serie di sopralluoghi congiunti. Alle verifiche hanno partecipato funzionari della Prefettura, funzionari territoriali della Soprintendenza e tecnici della Diocesi.

L’obiettivo era accertare le effettive condizioni dell’edificio e quantificare i danni, così da consentire al FEC di procedere al finanziamento degli interventi necessari.

La chiesa è inoltre sottoposta alla tutela della Soprintendenza, in quanto bene storico vincolato. Per questo motivo la Soprintendenza mantiene le proprie competenze in materia di controllo, approvazione del progetto e rilascio dei pareri necessari per l’esecuzione dei lavori.

Per la gestione dell’intervento è stato coinvolto il Provveditorato Interregionale alle Opere Pubbliche per il Lazio, l’Abruzzo e la Sardegna – Sede di Roma, al quale è stato affidato il ruolo di soggetto incaricato della gestione delle diverse fasi della manutenzione straordinaria.

Il Provveditorato ha inoltre individuato un architetto per seguire l’intervento e, nel corso delle verifiche, è stata accertata la necessità di realizzare importanti opere provvisionali, a partire dai ponteggi necessari per consentire l’esecuzione dei lavori in sicurezza.

Proprio considerando l’entità delle opere provvisionali necessarie, è stato suggerito di procedere contestualmente anche al rifacimento delle pitture della facciata. Una proposta che ha trovato il consenso dei soggetti coinvolti.

Il cantiere oggi visibile in piazza riguarda quindi due elementi fondamentali della chiesa, la copertura e le facciate.

L’intervento nasce dalla necessità di risolvere le criticità che hanno provocato le infiltrazioni d’acqua e, allo stesso tempo, garantire una migliore conservazione di un edificio storico che rappresenta uno dei simboli della nascita di Aprilia.

Ma il cantiere non racconta soltanto una storia di manutenzione.

Dietro i ponteggi c’è una vicenda che attraversa quasi novant’anni di storia cittadina: dalla fondazione dell’Agro Pontino alla guerra, dalla ricostruzione del dopoguerra alle trasformazioni della parrocchia, fino alle recenti verifiche sulla proprietà e alla necessità di distinguere ciò che appartiene ancora al patrimonio del Fondo Edifici di Culto da ciò che, nel corso dei decenni, è stato modificato, ampliato o non è più riconducibile alla struttura originaria.

Proprio questo rappresenta oggi uno degli aspetti ancora in fase di definizione. A seguito delle numerose trasformazioni che hanno interessato il complesso — tra costruzioni, ampliamenti e demolizioni — è infatti ancora in corso la ricostruzione della situazione patrimoniale originaria.

Il nodo riguarda l’individuazione precisa di ciò che, essendo riconducibile alla fondazione della città, deve continuare a rimanere nella disponibilità del FEC e di ciò che, invece, non essendo più identificabile come parte del complesso originario, dovrebbe essere trasferito alla parrocchia.

Una questione complessa, nata dalla particolare storia delle città di fondazione e che ad Aprilia si è trascinata per decenni, intrecciando proprietà pubblica, uso parrocchiale, tutela storico-artistica e trasformazioni edilizie.

Nel frattempo, San Michele è tornata ad essere un cantiere e mentre i ponteggi nascondono temporaneamente la facciata della chiesa, resta visibile l’Arcangelo con la spada sguainata. Una presenza che, nella sua immobile solennità, sembra accompagnare un nuovo capitolo della lunga storia di San Michele e della città cresciuta intorno a lui.

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