E’ nata a Pompei il 21 gennaio 1973, ma dal 1976 è un’ apriliana a tutti gli effetti. Della sua terra d’origine porta in dote l’amore per la cultura e un forte entusiasmo creativo. Diversamente non potrebbe essere, poiché – in tutti i sensi – Cristina Vignapiano è una figlia d’arte. Suo padre Matteo, noto con lo pseudonimo di Mathieu Vignon, è scomparso pochi mesi fa, lasciando un segno profondo tra tutti coloro che hanno avuto l’opportunità di conoscerlo ed apprezzarlo: artista provocatorio e geniale, allievo di grandi maestri contemporanei, riuscì a portare ad Aprilia artisti illustri, nel tentativo di promuovere eventi culturali. Cristina ha gestito per anni una galleria d’arte poi, come succede a molte donne, si è dovuta reinventare e, per quasi vent’anni, ha portato avanti un negozio di videogiochi. Malgrado fosse mutato il suo scenario lavorativo, non ha mai smesso di coltivare la sua curiosità e avere molti interessi ed oggi, grazie allo studio, lavora a contatto con i ragazzi, in qualità di tutor dei Disturbi Specifici di Apprendimento.
Tra il 2007 e il 2009 si affacciarono sulla scena politica Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio; cavalcando la crisi dei meccanismi di rappresentanza e la delegittimazione della classe politica, riaccesero molte speranze con il Movimento Cinque Stelle. Cristina è stata una delle prime ad aderirvi, diventando non una semplice sostenitrice del movimento, ma una militante in prima linea, soprattutto, nelle politiche sociali e ambientali del territorio. L’esperienza apriliana è stata, a parer suo, intensa, complicata e, a tratti, devastante: il gruppo iniziale è imploso quasi subito a causa di forti conflitti interni e, forse, anche di pressioni esterne. Nè più e né meno, la rappresentazione plastica di quella che è l’essenza nelle relazioni politiche ad Aprilia. I litigi hanno impedito ai Cinque Stelle, per dieci anni, di presentare una lista alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale; quando la certificazione è arrivata, secondo Cristina, il Movimento originario non esisteva ormai più. Oggi Cristina guarda a quegli anni senza rimpianti o nostalgia, anzi con maturità e una buona dose di ironia.
Adora i gatti, possiede due enormi Maine Coon, ed ha una grande passione per le installazioni di cartone, gli origami e tutto ciò che può essere piegato, modellato e trasformato. Secondo un celebre detto della filosofia orientale “nulla è fisso, tutto si trasforma”, così Cristina piega la carta come piega le difficoltà. Con pazienza, creatività e una forte capacità di rinnovarsi.
- Il commissariamento del comune di Aprilia e lo scioglimento per mafia sono state due docce fredde: se lo sarebbe mai aspettato ?
“Beh, diciamolo: il commissariamento e lo scioglimento per mafia non erano esattamente nella lista dei “buoni propositi dell’anno”. Sicuramente sono stati momenti molto deludenti, una bella doccia fredda, che magari servirà a svegliarci tutti e, ogni tanto, non guasta. Se me lo aspettavo? Diciamo che Aprilia è una città che sorprende sempre, a volte positivamente, a volte… così.”
In passato lei è stata molto attiva con i Cinque Stelle e, a livello locale, si è dedicata molto alla questione ambientale. Come mai, malgrado il suo gruppo fosse molto nutrito, non siete riusciti ad imporsi sulla scena apriliana?
“Per quanto riguarda il mio passato nei Cinque Stelle, sì è vero, sono stata la prima visionaria: inizialmente eravamo un bel gruppo, motivato, rumoroso, pieno di idee. Il problema è che ad Aprilia le idee camminano, ma le gambe spesso non vanno tutte nella stessa direzione. E quando non si rema insieme, anche il progetto più promettente finisce per girare in tondo. Abbiamo fatto tanto, ma non abbastanza per imporci davvero: un po’ per inesperienza, un po’ per dinamiche interne, un po’ perché la politica locale è un campo minato dove, se non c’è una forte comunanza d’intenti, il rischio è di esplodere in mille rivoli.” - La mancata coesione nei momenti importanti potrebbe far pensare che gli apriliani non abbiano senso di appartenenza. Qualcuno attribuisce questo all’ingerenza di forze esterne, i cosiddetti poteri forti, altri allo scarso senso civico, altri ancora alla mancanza di una identità per una comunità troppo giovane: lei che idea si è fatta?
“Sulla famosa “mancata coesione” degli apriliani… ah, qui potremmo scrivere un romanzo. Le ipotesi sono tutte plausibili. Io, nel mio piccolo, ho capito una cosa, per deformazione professionale: Aprilia è come un’adolescente brillante ma confusa, ha potenzialità enormi, ma non ha ancora deciso cosa vuole diventare da grande e quando non si ha consapevolezza della propria identità, è difficile sentirsi parte di qualcosa.
Però – e qui arriva la parte che mi piace – le crisi, anche quelle brutte, sono occasioni. Ci costringono a guardarci allo specchio e a dire: “Ok, adesso basta, ricominciamo”. E Aprilia ha tutte le carte per farlo. L’ identità non è una cosa che ci viene data in regalo, ma si costruisce e matura giorno per giorno. E forse questo è proprio il momento di iniziare a farlo sul serio, insieme, senza più alibi.”
Io rimango ottimista: se c’è una cosa che questa città ha sempre dimostrato, è la capacità di rialzarsi. Magari con un po’ di ironia, perché senza quella non si va lontano, ma con lo sguardo dritto verso un futuro che – se ci decidiamo – può essere molto più luminoso del presente. - Suo padre, Matteo Vignapiano, portò ad Aprilia il suo maestro, lo scultore e pittore, Umberto Mastroianni, e riuscì, quasi, a convincere Greco a donare alcune opere ad Aprilia, a patto che venisse allestito uno spazio adeguato. Aprilia non ha un museo, né una pinacoteca e nessuna amministrazione, fatta eccezione per la seconda giunta Cosmi, che istituì una mostra permanente lungo le scale del campanile, ha avuto questa sensibilità. Per dirla come la direbbe Mathieu Vignon, gli apriliani sono ignoranti o scelgono amministratori ignoranti?
“Mio padre era resiliente e geniale. Il futuro era l’unico tempo che abitava davvero, lo anticipava, lo provocava, lo modellava con la stessa naturalezza con cui altri respirano. Vivere con Vignon ha reso la nostra vita di figli intensa e degna di essere vissuta.
Oggi custodiamo un patrimonio immenso: migliaia di opere, ceramiche, dipinti, grafiche digitali, foglietti di ogni forma e tipo. Un universo creativo che meriterebbe finalmente un luogo. Il nostro sogno – che era prima il suo – è creare un archivio vivo, non un museo immobile; uno spazio che raccolga le sue opere e allo stesso tempo ospiti laboratori, incontri, artisti da ogni dove. Un luogo che porti arte e cultura ad Aprilia, come lui ha sempre desiderato.
Mio padre era un artista provocatorio e lucidissimo, allievo di grandi maestri contemporanei e commerciante d’arte: nella sua domanda è scritto tutto potrei solo aggiungere che secondo lui, Aprilia era una città giovane, con tutte le possibilità per diventare una vera città. Ma perché ciò accadesse, serviva qualcosa che non si costruisce con il cemento: una storia culturale. Non bastavano i pochi decenni dalla fondazione, serviva un’anima, un immaginario, un respiro più ampio.
Lui veniva da una cultura millenaria, e forse proprio per questo avrebbe voluto essere uno degli artefici di una nuova identità per Aprilia. Mentre molti si limitavano a innalzare palazzi, lui sognava di elevare la città attraverso cultura e bellezza. Credeva che una città non diventa grande per ciò che costruisce in altezza, ma per ciò che costruisce in profondità.
Per lui la politica era una forma d’arte, una sorta di neo-dadaismo civico, un gesto alla Duchamp, un ribaltamento continuo delle convenzioni. Trasformava la critica in performance, la parola in provocazione, il pensiero in atto creativo. Oggi, quel modo di guardare il mondo è la nostra eredità più preziosa. E il suo sogno – un luogo per l’arte, per la città, per il futuro – è diventato il nostro.” - Secondo lei cosa manca ad Aprilia per essere una città “normale”?
“Ad Aprilia manca una struttura capace di sostenere davvero le persone, soprattutto i più giovani. Una città normale è una città che non lascia sole le famiglie, che non delega tutto all’iniziativa privata, ma costruisce servizi stabili e continui. Posso dare il mio punto di vista in virtù del mio lavoro , ad esempio chi ha figli con DSA lo sa bene: oggi il percorso è quasi interamente sulle spalle delle famiglie, che devono supplire alla mancanza di sportelli, figure formate, spazi dedicati e strumenti adeguati. Eppure i ragazzi sono il futuro, tutti: quelli che hanno bisogni educativi speciali e quelli che, pur non avendoli, vivono piegati sugli smartphone, immersi in uno scrolling infinito che li espone a contenuti visivi e concettuali spesso degradanti.
Questa vita parallela, veloce e superficiale, sta modellando una generazione fragile, disorientata, esposta a derive culturali e sociali che fanno paura. Una città normale dovrebbe proteggere i suoi giovani, offrire alternative, costruire contesti sani dove crescere, pensare, creare. Non posso non tornare a mio padre perché mi ha insegnato che ogni talento – anche quello più nascosto o fuori dagli schemi- merita un luogo che lo riconosca. Aprilia sarà una città normale quando offrirà questo tipo di cura a tutti i suoi ragazzi.” - Tre temi dai quali, secondo lei, la prossima amministrazione dovrebbe partire, escludendo la legalità.
“Al primo punto l’Inclusione educativa come investimento sul futuro. I ragazzi DSA, e più in generale tutti i giovani, hanno bisogno di strumenti concreti: spazi pubblici dedicati, figure formate, laboratori che valorizzino i diversi modi di apprendere, percorsi che li aiutino a sviluppare pensiero critico e creatività. Oggi tutto questo ricade sulle famiglie. La prossima amministrazione deve assumersi la responsabilità di costruire una rete stabile che sostenga davvero chi cresce e chi educa.
Al secondo punto la cultura come argine e come opportunità: Aprilia ha bisogno di luoghi che offrano alternative sane alla vita digitale compulsiva: archivi vivi, laboratori artistici, percorsi culturali aperti ai giovani e alle scuole. È un modo per restituire profondità a una generazione che rischia di essere schiacciata dalla velocità e dalla superficialità. È anche il sogno che mio padre aveva e che oggi ci piacerebbe portare avanti : una città che usa la cultura per crescere, non per decorare.
Al terzo punto la cura urbana e partecipazione reale: una città che funziona è una città che si prende cura dei suoi spazi e delle sue persone. Servono manutenzione continua, servizi efficienti e un dialogo costante con chi vive i problemi ogni giorno: famiglie, scuole, operatori, associazioni. L’ascolto non deve essere un gesto simbolico, ma un metodo di governo. Solo così si può ricostruire fiducia e restituire ai giovani un contesto che li aiuti a diventare cittadini consapevoli.”
